sabato 30 aprile 2022

Crescere

Crescere è l’unica testimonianza di vita.

La felicità non è nè la virtù nè il piacere nè questa cosa o quell’altra ma semplicemente crescita, siamo felici quando stiamo crescendo.

Modulare le proprie giornate in base allo scorrere impetuoso e inafferabile del tempo.

Definire le proprie ore nell’evolvere di vite che intrecciandosi, creano un arazzo complicato e bellissimo.

 

Crescere.

 

E imbattersi in inciampi che possono rallentare lo sviluppo del proprio domani, come una macchia che fastidiosa altera i fotogrammi su una polverosa pellicola di un film di tempi passati.

E riuscire, nonostante questi temporanei rallentamenti, ad apprezzare l’esistenza nel suo significato più profondo: così da non vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Vivere invece, profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici.

Ai suoi termini più essenziali così da ammirarne i contorni più precisi e delicati.

 

Crescere.

 

Ed è così che, in uno slancio di personale confessione, il vortice dei giorni del mio ultimo periodo mi induce a battere sui tasti del mio vecchio pc per ritrovare la direzione dei miei giorni che qualcuno, dolcemente e amorevolmente, già riesce quotidianamente a ricordarmi.

 

Da dove partire?

Dall’enorme meningioma falcino asportato come secondo operatore dopo una brividante craniotomia sul seno sagittale superiore? Da weekend di turno caratterizzati da quasi 48h di urgenze in sala operatoria? O forse dall’assurdo caso d’urgenza neurochirurgica di un profugo ucraino della tenera età di 17 mesi? Magari dalla scomparsa di una delle canute colonne portanti del fragile edificio che chiamo vita? O di quando a 17 minuti dallo scoccare del mio 28esimo compleanno sono stato chiamato per una di quelle urgenze da “opera veloce o muore il paziente”?

 

Non esiste un ordine di importanza quando si tratta di un coacervo di episodi, di sensazioni, di faccende umane che intersecandosi, ridipingono la rosa dei venti delineando quello che è un nuovo ma insostituibile riferimento.

Oggi, ora più che mai, il quinto punto cardinale è l’empatia.



È comunione affettiva quando la sera prima del giorno X, con lo strutturato primo operatore, ti interfacci con la famiglia della paziente che opererai per quella maledetta macchia grigiastra che non la fa più dormire e non le permette di prendere in braccio i nipotini. Una concordia di sentimenti che si prolunga in quella fredda azzurra sala piastrellata, teatro dell’opera più maestosa e delicata che mi ha visto come inaspettato primo violino nel violare, con le mie mani tremanti, quello che è il recondito santuario che ci rende umani. Un’evoluzione empatica tradotta al risveglio con l’incrocio di sguardi, carichi di riconoscenza e sincera gratitudine; tradotti in un recupero di energie di incredibile sostanza che le hanno permesso di riabbracciare con forza i suoi cari.

 



È partecipazione emotiva quando al termine di un infinito turno di weekend, vieni risvegliato dal sopore delle 19.30 dalla voce tonante del tuo strutturato: “Svegliati, c’è un bambino ucraino in PS  da operare!” E ti ritrovi a stropicciarti con vigore gli occhi, riassettarti alla bella e meglio la divisa, a volare giù da quelle scale e ritrovarti in quella furibonda Babele di vite nota ai più come Pronto Soccorso, e bloccarti nello sguardo implorante di un papà spaventato per i gravi sintomi del biondissimo figlioletto che, fuggito in fretta e furia dalle bombe del cielo, è capitato in un’ignota parte di mondo ad essere teneramente appoggiato su un tavolo operatorio per avere modo di vedere un nuovo giorno luminoso. E la serata evolve e mi ritrovo a fianco dello strutturato di notte ad aprire un bambino e a trovare il misfatto e a risolverlo. E nella notte incalzante, da solo, a suturare con delicato rispetto quell’incisione parietale destra, segno di un giorno da dimenticare, immagine di un frammento di vita che ha il coraggio di evolvere e di imporsi nel caos che permea l’oggi.

 

E ti ritrovi un giovedì di un timido inizio primaverile, mentre ti prepari ad assistere ad un intervento su un altro cucciolo d’uomo, un piccolino che ne ha già vissute troppe per i suoi 4 mesi, a ricevere quella notizia che non avresti voluto ammettere. La scomparsa di una figura che nella sua saggia presenza e nella sua imponente certezza in ideali trasmessi con l’esempio, mi ha fornito gli strumenti che anno dopo anno si sono affinati nella certezza per affrontare qualsiasi sfida, qualsivoglia ostacolo che la vita, talvolta furbescamente, lanciava improvvisamente.

C’è chi vede nei nonni, accessori da non richiedere un termine che ne specifichi la perdita, come se dei nonni non si sia né orfani né vedovi: come se il tempo vorticoso dei nostri giorni creati con lo stampino di un fabbro costruttore, imponesse per moto naturale di lasciarli lungo la strada così come per distrazione, lungo la strada, si abbandonano gli ombrelli.

Ma io mi ricordo la sera di quel 16 ottobre di 3 anni fa, al termine di una pazza giornata che sanciva la chiusura di un capitolo lungo 6 anni e l’inizio di un altro durevole una vita intera. Mi ricordo di quando ho varcato la soglia del tuo piccolo mondo e tu, con quell’occhio lucido e stanco, hai incrociato il mio sguardo e subito hai capito: ‘’ Arda lè ol me dutùr” (guarda lì, il mio dottore). E di tutte quelle volte che, alzando i decibel per poterci capire ridendo perché non sempre mi veniva il termine giusto nel tuo arcaico ed eterno idioma, ti raccontavo visto il tuo passato in officina, che foravo la testa alla gente con un trapano per curarla e tu ridevi “ pff, col me laurà ga rie po' me” (con il mio lavoro-esperienza, ci riuscirei anche io).

Come potrei anche solo pensare di abbandonarti sul ciglio di una scialba strada senza nome che ha percorso la mia vita. Come potrei anche solo immaginare di non ricordarti ogni volta che sono chiamato ad esercitare la mia manualità in quella tanto amata sala operatoria, dopo tutte quelle volte che al banco di lavoro della tua buia cantina mi facevi provare ad aggiustare ingranaggi o arsi dal sole estivo, curavamo delicatamente i germogli del tuo fazzoletto di terra.

Semplici parole per non lasciarti andare.

O forse si.

Per lasciarti andare ma garantendomi il modo di tenerti sempre con me.

Nonno.

La vita è crescita, anche quando si traduce nel ricordo di chi ti ha dato tanto, nel silenzio di un gesto, nella delicatezza di uno sguardo.

 


Crescere.

 

E ci ritroviamo con un salto temporale di poco più di 30 giorni all’altra sera.

Reperibilità la notte del compleanno. Ma sì, è da un po' che non ci sono urgenze notturne..vuoi mettere che proprio stanotte..

23:43. “Sergio, sottodurale acuto, GCS 6, anisocorico maggiore per destra. Lo stanno intubando in PS. Ti aspetto in sala.”

Respiro, mi sciacquo la faccia, un goccio di caffè che è solo da scaldare, la moka è sempre pronta e piena in casa nostra.

Volo in ospedale, mi cambio, cuffietta regalata da lei con i segni della Terra di Mezzo stampati come anatemi per scongiurare le scorribande del Male.

Preparo il necessario, arriva il paziente con lo strutturato. Rasatura, posizionamento, disegno la linea mediana e quella che sarà l’incisione frontotemporoparietale destra che ci permetterà l’accesso là dentro, proprio là.

Ci laviamo in silenzio. Un silenzio carico di angoscia mista a tensione e ferrea determinazione, mentre di là bip irregolari ci avvisano della triade di Cushing che impetuosamente si avvicina.

Coperti dai nostri manti sterili, oso mettermi nella posizione da primo operatore. Incrocio lo sguardo del mio strutturato, non una parola ma due occhi che mi confermano: “tocca a te, sai come fare!”.

 

Bisturi.

Raney. 

Bipolare.

Forbice.

Ribalto il lembo miocutaneo one-layer e lo stabilizzo con due ami.

Una frattura lineare si evince nel mezzo della porzione di cranio esposta, una linea che spezza la continuità come quel momento, un’incisura a sé stante nel tempo di quella notte.

Trapano. Due fori craniotomici, rapidi.

Craniotomo. Mano sempre un po' tremante in questa fase: se non appoggi e governi bene lo strumento potresti creare un bel po' di danni al parenchima sottostante. Creo la mia strada con un dissettore: piede sinistro sul pedale, mano destra sul craniotomo. 

Si parte. E in men che non si dica mi ritrovo con lo scollatore a ribaltare l’opercolo.

Si, non mi ricordo più come si respira.

Ma forse le cose progrediscono sufficientemente bene.

La dura madre sottostante è integra ad eccezione della porzione corrispondente alla rima di frattura ossea.

Pinze da dura, forbice.

Apro la dura a stella, ribalto i margini ed eccolo lì: l’enorme e spessa falda di ematoma che continua a comprimere il parenchima cerebrale, inducendo quella sofferenza diffusa. 

Lavo e aspiro e asporto con dissettore.

 

Secondi? Minuti?

Chi può dirlo. Chi ha avuto il tempo di contarli.

Coagulo qualche vaso corticale che getta.

Il parenchima è deteso, pulsa. I bip ora mi piacciono un po' di più. E il mio centro pneumotassico si ricorda di avvisarmi che si, posso tornare a una frequenza respiratoria umana.

 

Incrocio lo sguardo dello strutturato. Sorride. Io pure.

Buon compleanno a me.

 

Crescere forse è proprio questo. Procurarsi qualcosa che ti regali un po' di poesia, illusioni sparse e qualche intensa sensazione qua e là, ché la poesia costa poco, le illusioni aiutano a vivere e quelle sensazioni lì fanno bene al cuore.

E se hai la fortuna di condividere tutto questo.

Beh, allora hai trovato proprio l’Eldorado che si nasconde ai più.

Hai scovato il senso più vero di tutto: crescere, amando.

domenica 20 febbraio 2022

Tra dieci anni

E quindi tra dieci anni?

Ritrovarsi con gli amici di sempre mentre sorseggi un amaro ghiacciato e ti culli dei ricordi di una vita lontana, improvvisamente essere circondati da neo diciottenni che festeggiano l’inizio di un capitolo affascinante quanto misterioso della propria vita, ti obbliga a fermarti.

Ti obbliga a chiudere gli occhi e sforzarti di immaginare quello che verrà.

“Sicuramente io voglio esplorare l’Estremo Oriente – Ah beh io sicuro il Coast to Coast e una nuova casa con un cane di grossa taglia – Beh, io non voglio abbandonare né il mio progetto musicale né quello culturale e farli crescere ancora...”

 

Non si tratta di uno sforzo sovrumano in realtà: ombre un po' indistinte che si stagliano tuttavia su uno sfondo ben chiaro che assume le tinte del meraviglioso presente.

Un oggi tratteggiato dalle linee sicure dell’asettico regno dei craniotomi e delle pinze bipolari, dalle definizioni in bianco e nero di cervelli in difficoltà, dalla dinamicità di gesti sicuri e salvavita esploranti le maestosità di quella massa gelatinosa portatrice dei più reconditi misteri dell’essere.

I giorni che si susseguono indistintamente mi permettono di focalizzare l’attenzione su circostanze fugaci che categorizzano il mio divenire e che voglio si mantengano tali e quali, anche fra dieci anni.

 

Da un mese ho iniziato il mio secondo anno come specializzando in neurochirurgia.

E passano le ore in sala operatoria e questa diventa sempre più affascinante ed entusiasmante, avvolta dal caso, dall’ansia mista al mistero. Meno scienza, meno gaia di quanto si pensi, più umana. Un’umana troppo umana scienza.

Perché ritrovarsi nelle 48 ore di turno del weekend a gestire con lo strutturato di turno, un’emergenza dietro l’altra senza avere il tempo fisico di bere un goccio d’acqua.

Perché ritrovarsi ad eseguire da solo un intervento di evacuazione di un ematoma in una paziente che potrebbe essere la tua dolce nonnina.

Perché assistere da secondo operatore ad interventi chirurgici che sfruttano vie anatomiche impensabili per asportare i maledetti -omi senza lasciar traccia di sé né comportare così complicanze problematiche.

Perché ritrovarsi da un giorno all’altro ad essere tu quello che cerca di insegnare il poco che sai ai nuovi colleghi cercando di ricordare loro l’importanza di mantenersi umani, nonostante tutto.

 

Perché tutto questo è dannatamente incredibile, un meraviglioso e colorato arazzo che si completa filo dopo filo con i fermi punti di sutura che scandiscono le mie giornate.

 

Il tenace freddo di un sabato sera invernale si inserisce tra i sogni di quattro vecchi amici.

Ma non interrompe il flusso di sogni di chi già ha visto la propria vita evolvere e prendere delle pieghe inaspettate e meravigliosamente proprie.

Pieghe nel tempo della quotidianità, che assumono i connotati della necessità di mantenersi saldi nelle proprie certezze.

Certezze che, personalmente, fanno rima con l’azzurro di quella sala, teatro di mille avventure cariche di tensione e inaspettata gratificazione, oltre che alla luce del sorriso di chi mi aspetta a casa con dolce tenerezza per stringermi in un abbraccio che sa di infinito.

 

E quindi tra dieci anni?

 

Non cambierei una virgola di ciò che sto vivendo appieno, forse condito da un sottofondo fonemico differente e pertanto da un quadretto culturale discrepante dall’attuale. Ma, inevitabilmente, con il medesimo insistente entusiasmo che mi tiene incollato un sorriso da ebete nonostante le innumerevoli ore passate in piedi, scomodo, in tensione, ad aiutare a salvare una vita.

 

L’alcol ghiacciato scende e scalda improvvisamente.

Le voci di chi è cresciuto con te si allontanano.

Gli occhi si chiudono.

Il delicato e intricato circuito di Papez riporta alla luce ciò che è stato, ciò che mi ha permesso di essere qui, ad avere la fortuna di pensare a cosa potrebbe essere il futuro.

 

E non si può non sorridere se pensi a quell’estate in cui ho dovuto ripetere cinque volte l’esame di fisiologia. A quella prima volta in un reparto a decriptare un ECG. A quelle lezioni infinite e alle sessioni d’esame che scandivano i miei anni mentre, invidioso, osservavo inerme il mondo che palpitava fedele al suo tempo scandito da tante vite che arrivavano a sfiorarsi per un attimo. A quel casuale tirocinio estivo a sostituire organi in una chirurgia dei Trapianti a dir poco all’avanguardia che mi avrebbe fatto cambiare tutto. E ritrovare me stesso. A quel timore reverenziale ad attraversare le porte del reparto di Neurochirurgia da studentello spaventato. A quel primo incontro ravvicinato con un cervello. E la tesi e la pergamena e la corona d’alloro. E la pandemia. E il primo lavoro da medico in Guardia Medica in un territorio, il mio, martoriato da un virus invisibile, inafferrabile, incontenibile. E il primo farmaco prescritto e somministrato. E i primi pazienti. La fiducia, incredibilmente sincera, restituita da un paio d’occhi in cerca di aiuto e rassicurazione. E gli altri impieghi da giovane medico terrorizzato, nelle mie montagne. 

Il test di specializzazione. E l’attesa snervante, e poi la conferma, e l’incredulità conseguente. E il trasloco. E la nuova vita. Dalla prima guardia da solo in reparto alla mia prima DVE. A un nuovo amore. Al mio primo adenoma ipofisario da secondo operatore ai numerosi ematomi sottodurali acuti. All’esame di passaggio. Alle 48h di weekend scandite da tragedie umane. Al sottodurale cronico bilaterale in solitaria di venerdì. 

A quell’amaro servito nei dedali della mia vecchia città con amici lontani anni luce dal tuo mondo, ma mai così vicini alla tua vita.

 

E quindi tra dieci anni?


Può spaventare fermarsi a pensare. 

Può paralizzare riconoscere che le variabili per la definizione di futuro, sono tutt’altro che ben chiare.

Non nascondiamoci.

Ma è forse per tutto questo che, fantasticare sul proprio futuro, ha ancora un valore più importante. Quello delle incalcolabili possibilità, del fatto che tutto è ancora modificabile, che ogni giorno inizia con una pagina da poter scrivere e cancellare innumerevoli volte.

Se penso alle sensazioni di distacco completo dal trascorrere del tempo quando mi ritrovo catapultato in quella stanza piastrellata e gelida, non penso di voler provare altro per il resto della mia vita. Che sia per la soddisfazione, finalmente, di riuscire ad orientarmi meglio quando ci si addentra nella regione sellare attraverso le intricate vie endoscopiche; che sia per la mano tremante nell’apporre i miei primi punti di sutura con quel filo sottile su quel sottile strato di dura madre.

Tutto vibra alle stesse frequenze dell’infinito che possiamo riscontrare in ciò che, in ciascuno di noi, ci rende vivi.

domenica 29 agosto 2021

Cascata

Se si avesse la fortuna di interrompere lo scorrere del tempo.

Se fossimo dotati del coraggio di bloccare in un’istantanea quel frangente di momento.

Se riuscissimo a cristallizzare quel dinamico Pánta rheî in un solido ricordo cui attingere nelle ore di sconforto.

 

Allora forse il disegno riuscirebbe ad acquisire una sua personale e unica fisionomia.

 

Ma una vita di se è difficile da tradurre in significato.

Il susseguirsi di se in realtà riesce, tante volte, a diventare tangibile solo in una reazione a catena che con violenza e forza primigenia ti scaraventa al suolo.

Senza mezze misure.

Senza tanti fronzoli.

Con ardore ti travolge, ti inghiotte, ma allo stesso tempo è capace di filtrare la luce fioca del giorno in un tripudio esaltante di colori vividi.

 

È come una cascata.

Un terribile e meraviglioso gioco di spruzzi e di schiuma e di fragore, che ti trascina in un flusso trasparente che vibra tra i muri piastrellati di una sala operatoria, tra gli occhi incredibilmente svegli del personale di sala in orari improponibili, tra mani guantate e veloci che cercano di salvare una vita, tra un delicato ma resistente punto di sutura sulla dura madre e un vigoroso craniotomo chiamato ad aprire una breccia per quella che è l’ultima chance…

 

Così sono state le mie ultime tre settimane di rientro dalle ferie estive.

Come una cascata.

 

Una dinamicità quasi violenta che mi ha risvegliato da un torpore di salsedine, richiamandomi a numerose prime volte.

La mia prima DVE.

La mia prima craniotomia.

I miei primi sottodurali acuti.

 

In queste settimane ho assaporato con occhi innamorati ogni singola prima volta: era come se il mondo avesse improvvisamente smesso di girare, come se la gente intorno a me fosse scomparsa, tutto dimenticato. 

Come se quella chiamata alle 21.35 di 14 secondi della vigilia di ferragosto, scandita da “forza vieni che il pz dell’aneurisma di oggi è in idrocefalo e devi mettere la dve” e dal mio tentennante “si, arrivo” mi avesse travolto a tal punto da non rendermi conto dell’iperattivazione del mio sistema simpatico. 

Una cascata tale di sensazioni da compromettere, ad oggi, il ricordo vivido degli istanti prima di rivolgermi alla strumentista.

 

Bisturi.

 

E seguire quella linea tracciata a pennarello in fretta e furia secondo i dettami stabiliti dalla craniometria, e scolla il periostio e prendi il craniotomo e schiaccia il pedale e rimani perpendicolare al tavolato osseo e spingi e spingi.

E arrivare alla dura madre, con delicatezza aprirsi la strada e prendere il catetere e spingerlo per quei 6-7 cm nel parenchima cerebrale. Quasi alla cieca, quasi alla disperazione, sperando, una volta tolta la guida metallica, di veder zampillare il liquor… ed eccolo lì gorgogliare allegro.

 

Come una cascata.


 

E la scenografia rapidamente cambia integralmente e rimane la stessa a distanza di pochi giorni.

Tolta la componente adrenalinica dell’urgenza, ritrovarmi al posto d’onore, quello del primo operatore a procedere per la primissima volta a operare da primo dall’incisione cutanea fino all’apertura durale per un intervento di asportazione di lesione cerebrale.

E se l’adrenalina non scorreva a fiumi tra i componenti della sala, era solo perché era tutta concentrata nelle mie mani che quasi tremanti si apprestavano a fare la mia prima incisione cutanea curvilinea frontotemporale.

Scolla i tessuti sottocutanei, disseca, coagula, incidi, esponi, ribalta, lava. 

Ti ritrovi la porzione di cranio lì davanti, lucida, riflettente quelle luci artificiali che provano a far filtrare un po' di calore.

Controlla sul neuronavigatore, non vuoi ledere il seno sagittale superiore la prima volta che fai un foro craniotomico su un intervento del genere.

Perpendicolare. Premi. Tieniti forte. Tre fori. 

 

Respira. O forse no, rimani in apnea. Non è finita.

 

Cambia strumento, è nuovo. Più fine, molto più delicato. Devi unire i fori così da asportare il lembo osseo e accedere al parenchima sottostante. Con calma ma con forza. 

Agisci. Sei sul parenchima.

Un turbinio di eventi che hanno azzerato il contorno, capaci di creare un’eco devastante e un urlo micidiale nel religioso silenzio di una sala operatoria di neurochirurgia.

 

Come una cascata.

 

E torniamo all’ora del crepuscolo.

Quando il mondo cerca pian piano di calare il sipario sulla giornata che è stata, ecco che un trauma cranico è capace di interrompere il regolare fluire delle ore e anzi catapultarti.

Come se il fragore generato dell’anestesista che urla ordini per tenere la PA a valori umani, dalla concitazione del neuroradiologo a interpretare quelle immagini della scala dei bianchi e grigi a monitor e dalla calma quasi serafica dello strutturato a scandire gli attimi come il migliore dei direttori d’orchestra, potesse in realtà spingerti lì, sul bordo di un abisso.

Con la tentazione quasi di cadere se non fosse per quella voce “forza, tocca a noi”.

E non una ma ben due sere, a distanza di pochi soli l’una dall’altra, sono state dettagliate da questo coacervo frenetico di movimenti, da quella babele di voci silenziate dal bip rallentato in sala operatoria.

E quella sera in tre ad aiutarci per evitare che quel parenchima cerebrale non erniasse dai bordi della craniotomia, fino a quell’altra notte che con pacata e delicata tecnica aiutavo a creare uno squarcio nella vita di qualcuno per permettergli di riacquisire progressivamente un’isocoria che per noi fa rima con “ok, puoi ricordarti di respirare. Ora”.

E sono quegli sguardi di timido sollievo con chi ti ha assistito, mentre richiudi delicatamente, che ti fa sentire parte di un qualcosa che non si spiega a parole, perché sei riuscito a regalare una chance di vita. Un sollievo che si infrange con violenza al suolo come la più impetuosa delle cascate, quando assisti al colloquio con chi amava quel qualcuno, quando le voci sono rotte dall’emozione di partecipazione a quello che forse ci rende più umani. Il dolore.

 

Come una cascata.

 

Ed è col trascorrere dei giorni, quando questi si quietano in una placida e regolare quotidianità in reparto, che quelle ore che sembravano così interminabili quanto fugaci, sembrano tanto lontane e tanto sfocate.

Quasi come se fossero un sogno, un tratto dalle tinte oniriche in cui una fragorosa cascata si è portata via tutte le immagini e le parole che ho sognato, lasciandomi solo la sensazione di essere stato, per qualche attimo, in quel flusso.

 


Ma ecco che subito vieni smentito.

E quel boato intenso in realtà ritorna vivido alla mente grazie alle parole di chi ti ha supportato in ogni istante, agli sguardi di chi vuole sapere, alle immagini e ai dati clinici che impietosi non ammettono appelli.

 

Ma come ogni prima volta non potrà mai più essere rivissuta dato l’incessante mutamento del tempo, dato il perpetuo divenire che armonicamente regola il tutto, così quel susseguirsi di sensazioni vere, di gesti spontanei, di mani che aprono santuari inviolabili, di dita che stringono vincoli di seta, mi ritorneranno alla memoria con violenza ogni qual volta si ripresenterà quell’evento, scaraventandomi ancora una volta, in quello che pian piano, sta diventando, il mio posto nel mondo.

 

Come una cascata.

domenica 4 luglio 2021

Apnea


Pare che nell’aprile 2021 si sia registrato il nuovo record mondiale di apnea: 24 minuti e 33 secondi, impresa riuscita ad un esperto sommozzatore croato.

Se fosse venuto in sala operatoria l’altro giorno, sono certo che avrebbe infranto il suo stesso primato.

 

Esagerato dite voi. 

Incredibilmente vero, vi assicuro io.

 

E questa volta non è stato trattenere il respiro, assistendo in maniera quasi inerte al procedere dell’intervento chirurgico.

Questa volta ha implicato un’apnea soggettiva per un ruolo di coprotagonista in una procedura delicata che aveva come scopo quello di ripristinare ciò che noi spesso diamo per scontato: alzarsi da un piano e camminare.

Un’operazione che si poneva fin da subito come una vera e propria sfida e che, per la solita congiunzione astrale mossa dal caso, è capitata nel giorno in cui io ero di turno come specializzando di sala operatoria. Questo implica, per i non addetti ai lavori, che ad operare eravamo io e lo strutturato di guardia. 

Ripeto: lo strutturato di guardia ed io.

Soli.

Io e lui, lui ed io.

 

Ok, credo di aver reso l’idea. Perdonatemi ma quando lo scrivo, si solidifica nella mia mente, ricordandomi che è stato tutto vero.

Perché sapete, tante volte la verità gioca a nascondino e non si concretizza senza che siamo noi a ‘fare tana’ e ricordarci di trasformarla in realtà.

 

“Ma non era mica la prima volta che scendevi in sala! Hai già operato con uno strutturato no? Quante storie per un intervento! Monotonia portami via…”

 

Se avete pensato a una di queste frasi, ve lo concedo.

Non mi sono spiegato sufficientemente bene.

L’intervento chirurgico in questione implicava, nel suo tempo centrale (ossia dopo la fase di apertura quando si è esposto il problema da risolvere), l’utilizzo del microscopio operatorio.

L’arnese che più rende questa, la chirurgia più fine e delicata in assoluto.

Il marchingegno in grado di rendere visibile l’infinitamente piccolo, di trasformare un dettaglio in un delicato problema da risolvere, da coagulare, da asportare.

 

Immaginatevi, per chi di voi non l’avesse mai visto, un microscopio montato su un braccio movibile e con almeno due paia di oculari in cui gli operatori si affacciano per poter guardare laggiù, attraverso la finestra dell’ingrandimento, verso il focus della procedura.

E vabbè, come se negli anni di università non avessi mai guardato in un paio di oculari di un microscopio: cosa vuoi che sia?

 

Vero, ma…c’è sempre un ma che rende questa disciplina spaventosamente affascinante.

Dovete pensare, non solo di passare tre quarti dell’intervento attaccati a queste due protuberanze ottiche senza permettervi di distogliere lo sguardo e rischiare di perdere il focus, ma soprattutto di utilizzare strumenti fini e delicati da introdurre in uno spazio di manovra di pochi centimetri che ingranditi, sembrano sì delle vallate, ma che in realtà sono minuscoli pertugi dove lavorare.

Ah già, e in tutto questo ricordatevi che se si sceglie di utilizzare il microscopio è perché ci troviamo nella necessità di intervenire direttamente o sul parenchima cerebrale o sul midollo spinale e le radici nervose. 

Ora, ritornate qualche riga più su, rileggete il perché dell’intervento e capirete dove eravamo e perché ero così leggermente agitato e sudato.

 

‘’Aspira di qui, certo c’è il midollo lì, non vuoi tranciarlo e creare un bel danno, vero Sergio?’’

 

Ok bene.

Queste sono state le parole che mi hanno dato il benvenuto.

 

Un benvenuto che sapeva di fuoco, che sapeva di iniziazione verso una pratica misteriosa.

Come se ‘muovi di lì, traziona di là, aspira ma non troppo’ fossero le parole in codice per introdurmi a dei segreti occulti ai più.

 

Tra delicati goffi tentativi di procedere nell’intervento, la costante era una.

Apnea. 

 

Dal greco: privazione, mancanza di respiro.

E no, non era involontaria.

Era necessaria.

 

Come se un respiro di troppo, o troppo lungo potesse in realtà compromettere l’equilibrio del focus al microscopio, o alterare la difficile posizione che avevo assunto con gli strumenti all’interno del sacco durale per evitare di danneggiare le strutture nervose che correvano di lì a pochi millimetri.

Ecco così: un’apnea misurabile in decimi di centrimetro.

Non come quelle che troverete sui libri dei guinnes dei primati, nulla a che vedere con le nuotate verso le profondità degli abissi con un sol respiro.

Qui lo sforzo meccanico si concretizzava in uno spazio incredibilmente minuto. Dove il benchè minimo movimento brusco o anche in parte spostato, avrebbe potuto creare danni irrecuperabili.

 

Forse dovrei andare a lezione da qualche sommozzatore, perché credo che questo stato di privazione d’aria andrà a braccetto con questo tipo di interventi, sarà il comune denominatore per tutte quelle volte che mi avvicinerò timoroso e con reverenza a quello strumento, creatore di portali verso un mondo infinitesimo.

 

C’è chi dice che, a differenza del sub che si immerge per guardarsi intorno, l’apneista lo fa per guardarsi dentro.

Credo che verità più assoluta non esista: anche se non circondato da coralli o fauna oceanica, la mia apnea non è risultata come una fase statica quanto piuttosto come un luogo, un corridoio vero e proprio, un mezzo di passaggio per accedere a un altrove.

 

Chi di noi non l’ha sperimentato.

Il contesto in cui vivere la propria apnea può assumere qualsiasi connotato. 

Per me è stato quell’anonimo giorno, al microscopio operatorio: è stato quell’interminabile procedere di minuti che si circondava dall’incedere dei bip ai monitor, dai colori di un midollo compresso che pian piano riacquistava la sua naturalezza, dal risveglio della paziente con il carico emotivo straripante, terrorizzato da come sarebbe stata la sua clinica nel post-operatorio, dal movimento in autonomia di quegli arti dapprima compromessi e ora sulla via della ripresa funzionale.

 

Un intervento chirurgico, anzi no, neurochirurgico, può regalarti tutto questo.

Ha il potere di stringerti in una morsa nella quale boccheggi, fatichi a riprendere un ritmo eupnoico; ma ha altresì modo la facoltà di indurti in quello stato di trance che, isolandoti da tutto il contorno, ti stimola a ripensarti, a interrogarti.

Quasi come se quell’apnea al sapore asettico di sala operatoria ti ricordasse che è necessario conquistarsi una vita fatta a propria misura e profondità.

 

Non puoi dimenticarti di respirare, ma puoi dimenticarti di respirare rumorosamente così da rimanere ancora una volta affascinato dal logico incedere di un dissettore e un aspiratore, abili strumenti per ripristinare l’equilibrio.

Rimanere ammaliati in un balletto senza fine tra un’incisione e un punto di seta 4.0 

Costantemente.

 

Il sacco durale è stato richiuso con punti staccati. Una PEEP ha escluso perdite liquorali dalla sutura. Posso chiudere per strati.

Arrivo alla cute, ultimo punto, ultimo sforzo prima di riemergere.

Respiro.

 

Almeno fino alla prossima puntata in apnea.

mercoledì 2 giugno 2021

Precisione

Sapete che il termine ‘precisione’ è etimologicamente definito dall’attività preferita dei chirurghi? Deriva infatti dal latino, praecisiōne ‘taglio, recisione’, derivato di praecidĕre ‘tagliare’: esattezza assoluta, assenza di qualsiasi errore, accuratezza, meticolosità nel fare qualcosa attraverso l’eliminazione degli elementi superflui, dei contorni in eccesso.

E sapete perché precisione e chirurgia sono vecchie compagne? Perché nulla è lasciato al caso. L’attenzione millimetrica al dettaglio va a braccetto con l’applicazione pratica di quella che nel mondo delle chirurgie ne è, a mio modesto parere, la regina incontrastata: la neurochirurgia.

E’ una cura scrupolosa che non si traduce in un’ansiogena ricerca del dettaglio fine a sé stesso, ma che si sposa con il raggiungimento di un obiettivo complesso, mantenendo in questo contesto un’aura quasi mistica di leggerezza. Ed è così che prendono vita le parole di Calvino: “la leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso.”

 

Lo sapete, mi piace prenderla alla larga. Tanti orpelli per decorare il fulcro centrale.

Ebbene, in questi primi mesi da specializzando di neurochirurgia ho avuto spesso questa concezione di precisione sotto gli occhi ma, forse, mai tanto quanto un weekend in cui ero di guardia.

Se vi dicessi che, solo a ripensarci, il mio ritmo sinusale tentenna perdendo qualche battito?

 

Non è un eufemismo.

Chiedetelo al me di quella domenica mattina, spaventato e stordito, elettrizzato e pietrificato al tempo stesso.

Chiedetelo allo strutturato di guardia e al reperibile che ho affiancato in quell’intervento, che con una calma e un’esperienza invidiabile hanno saputo gestire la fantomatica situazione da “emergenza assoluta”.

Chiedetelo agli anestesisti di sala reperibili, abituati a sfide mediche indicibili, ma che, in casi come questo, incrociando quegli occhi ti rendi conto che anche loro percepiscono l’enormità del momento.

Chiedetelo ai medici di PS, che hanno dovuto accogliere una circostanza non frequente ma che, con rapida professionalità, hanno modulato il percorso di quell’emergenza.

Chiedetelo a quel cucciolo d’uomo che ha visto nel giro di poche ore il suo mondo collassare in un nauseante e pericoloso vortice verso un sonno senza sogni e dal tortuoso risveglio.

 

Non voglio soffermarmi sui tecnicismi chirurgici. 

Voglio indugiare sul silenzio concitato che ha animato improvvisamente una domenica qualunque: sul rapido incedere di un’emergenza che necessitava di un intervento salvavita di lì a poco. 

Voglio attardarmi a ripensare a quel semplice gesto: alla precisa aspirazione di pochi cc di liquor in eccesso che è stata in grado di dare agio ad un giovanissimo cervello in difficoltà, potendo così dar tempo ad intervenire in maniera più mirata.

Voglio sostare su quelle mani, si, anche le mie mani, che si affaccendano su quel piccolo corpicino: dall’incisione cutanea a livello frontale destro, al foro craniotomico, al catetere prossimale, a quella valvola in difficoltà, all’ansia di tenere in sede a livello del tramite craniotomico con quel klemer coperto il catetere ventricolare, a quella minuta cavità addominale, a quelle fastidiose aderenze tra gli strati profondi addominali, all’introduzione del nuovo sistema, alla silenziosa gioia nel constatare la ripresa di una normale funzionalità del supporto salva-vita, alle fasi di chiusura dell’incisione, ai miei punti in dafilon su quella cute che a livello cranico aveva subito fin troppi maltrattamenti, alla medicazione compressiva che con cura copriva il tutto, al gesto, quasi amorevole, di aprire le palpebre e verificare il fisiologico diametro pupillare bilaterale…

 

 

…respira.

 

Non una ma più volte, al termine dell’intervento, ho avuto la necessità di guardare quelle pupille.

Più volte per accertarmi di aver riacciuffato quella piccola vita.

Più volte per sincerarmi, insieme agli altri operatori, che avevamo agito al meglio.

Più volte per poter incrociare lo sguardo di quegli anestesisti, che ci avevano supportato incredibilmente in quelle interminabili ore, e poter così sorridere con gli occhi: “si, l’emergenza è rientrata, ora possiamo davvero respirare”.

 

Vivere ore del genere, non come semplice spettatore in un angolino, ma come parte attiva, come elemento di un ingranaggio meccanicistico oliato alla perfezione è a dir poco incredibile. A volte mi chiedo come sia possibile essere da questa parte, come è possibile che in così poco tempo abbia la fortuna, l’incredibile possibilità di essere un elemento nel disegno di attuazione di un vero e proprio miracolo.

Un miracolo che si attua solo per l’essenziale concretezza dei suoi protagonisti che si traduce in rapide e definitive scelte. Un po' come era solito dire Victor Hugo: “concision dans le style, précision dans la pensée, décision dans la vie” [Concisione nello stile, precisione nel pensiero, decisione nella vita].

Un monito che, se ci pensate, ha un impatto devastante: essere chirurgicamente precisi nell’escludere ciò che oscura o semplicemente nasconde l’essenziale.

 

Facile nascondersi dietro alla massima de “l’essenziale è invisibile agli occhi”.

Non ci ho mai creduto, a essere sincero.

 

A maggior ragione dopo aver vissuto quella mattina.

A maggior ragione dopo essere stato partecipe di un intervento chirurgico che, nella sua concisa essenzialità, ha permesso a quel bambino di potersi poi svegliare e ritornare a comunicare coi propri genitori.

L’essenziale deve essere la bussola che guida la precisione: quella chirurgica non ha solo applicazione in un’asettica sala operatoria.

Penso, anzi credo fermamente, che questo approccio sia utile anche nel quotidiano. Spesso ci addormentiamo in una grigia normalità senza che ci sia il coraggio di riflettere, senza che ci sia lo stimolo per chiedersi chi si è per davvero, perdendo l’abitudine di guardarsi allo specchio per togliere così i contorni e arrivare all’essenziale. Ecco allora che va creato lo stato d’emergenza: che sia una poesia letta per caso, una canzone ascoltata a tutto volume sulla strada di ritorno, un’alba schermata dalle vetrate sporche di un anonimo ospedale, una domenica qualunque sconquassata nella sua normalità da una piccola creatura bisognosa di cure straordinarie.

 

Certo, incidere con fermezza per asportare l’ombra non è attività da primo giorno da specializzando: richiede il suo tempo, fatiche, lacrime, sudore, sorrisi. Ma, per questi apparenti limiti, non dobbiamo lasciarci impaurire.

Perché vi assicuro che questa evidenza dell’essenziale si tradurrà nel nostro personalissimo miracolo.

 

Perché la gente fa tanto caso ai miracoli ?
Per quanto mi riguarda io non conosco altro che miracoli,
sia che passeggi per le vie di Manhattan,
o levi il mio sguardo sopra i tetti, verso il cielo,
o sguazzi coi piedi nudi lungo la spiaggia, proprio sul filo dell'acqua,
o mi fermi sotto gli alberi, nei boschi,
o parli, di giorno, con chi amo, o dorma, di notte, accanto a chi amo,
o sieda a pranzare a un tavolo insieme ad altri,
o getti uno sguardo agli estranei che viaggiano in tram di fronte a me,
o spii le api che nei pomeriggi d'estate si affaccendano intorno all'alveare,
o gli animali al pascolo nei campi,
o gli uccelli, o gli straordinari insetti dell'aria,

la meraviglia del tramonto, le stelle che brillano placide e luminose,
o la delicata sottile curva della luna nuova in aprile;
queste cose, e le altre, una e tutte, sono miracoli per me,
a tutto si riferiscono anche se ognuna è distinta dalle altre,
e al suo posto.

E' un miracolo per me ogni ora di luce e di buio,
è un miracolo ogni centimetro cubo di spazio,
ogni metro della superficie terrestre è impregnato di miracolo,
formicola di miracoli ogni centimetro del sottosuolo.

Il mare è per me un miracolo senza fine,
i pesci che nuotano - gli scogli - il moto delle onde -
le navi che portano gli uomini,
quali i miracoli più strani di questi ?

W. Whitman



domenica 7 marzo 2021

Prospettiva

Avete mai avuto il coraggio di cambiare prospettiva?

Vi siete mai trovati catapultati ad assistere lo scorrere del tempo da un punto di osservazione diverso a quello a cui eravate abituati? 

Così rapidamente, così vorticosamente che non avete avuto il modo di riorientarvi nel nuovo sistema di riferimento, e vi sentite persi, confusi, disorientati che manco l’arguto sguardo di Legolas Verdefoglia riuscirebbe a riportarvi sulla strada cui eravate abituati.

 

Beh, se vi è capitato sono certo potrete condividere con me che non è sempre immediato adattarsi.

Tremendamente faticoso, estremamente poco agevole.

 

Ma proprio per questo, straordinariamente unico.

 

Mercoledì scorso è stato il mio primo giorno ufficiale da specializzando in sala operatoria.

Con un’ottima progressione per gradi, ho trascorso il primo mese in affiancamento per l’attività di reparto con l’acquisizione graduale di autonomia chiaramente ancora da rinsaldare. E ora, comincia anche il percorso di affiancamento in sala.

 

Sto scrivendo queste righe a distanza di qualche giorno, nella comodità del divano di casa.

Credetemi però se vi dico che l’emozione di aver vissuto un giorno come quello, è stata così intensa, da non poter in alcun modo scemare. Anzi, in un certo modo si è quasi rinforzata: come se quell’onda impetuosa si fosse cristallizzata in una scultura maestosa, come quelle di un’epoca che fu, come se la volontà di perdersi negli occhi scrutatori di quella ferma figura fosse in realtà un richiamo magnetico per tornare ad esperire una delle sensazioni più pure.

 

Forse qualcuno potrebbe chiamarla esagerazione.

Io la chiamo naturale completezza.

 

Non prendiamoci in giro: ero così agitato che a momenti non sapevo più come si indossavano i guanti sterili, senza parlare di quanto imbarazzante è stato chiedere che mi togliessero gli occhiali perché si appannavano ogni volta che respiravo nella mascherina...raga che inizio trionfale!

 

Dopo un attimo di assestamento, mi sono stabilizzato.

O meglio, ho ricoperto una posizione nuova, un posto che avevo visto solo da lontano: a lato del capo del paziente, come operatore, come aiuto allo specializzando grande nelle fasi di apertura e chiusura e come spettatore privilegiato durante le fasi centrali dell’intervento.

 

Sono sterile, di fianco a una persona la cui vita verrà inevitabilmente stravolta da un intervento neurochirurgico. 

 

Paziente in posizione prona, con capo fissato in testiera a tre punti di Mayfield. Accurata disinfezione. Somministrazione di anestetico locale lungo i margini di quella che sarà l’incisione. Acquisizione dei reperi intra-operatori in neuronavigazione.

 

Respira. Trattieni il fiato. Prendi una garza e l’aspiratore.

Sono le 10:24.

Si incide. Segui il percorso segnato dal bisturi nelle mani dello spec grande.

E così, in un rapido concerto di movimenti, dall’incisione arciforme a cerniera inferiore, si dissezionano gli strati epicranici con successivo ribaltamento del lembo miocutaneo, si eleva il periostio, ed eccola lì: l’immacolata e inviolabile superficie cranica.

 

Inviolabile, fino a prova contraria.

 

Già mi sembra di vivere un sogno ad occhi aperti, anche per il solo fatto di concentrarmi e aiutare lo specializzando che come primo operatore sta raggiungendo il piano della lesione da asportare.

E poter ripercorrere così, ogni singolo momento...mi credete se vi dico che mi vengono i brividi?

È, per assurdo, l’emozione più ardua da tradurre a parole!

Nonostante si tratti di un’attività tra le più pratiche e concrete che esistano: ma non è forse questa la magia più pura? Quella di non trovare la definizione da vocabolario per accreditare significato e dare essenza vera a quella situazione, un po' come quei legami che nascono per caso e si trasformano in un’incredibile epifania di sensazioni, indecifrabili.

 

Ma torniamo a quella stanza piastrellata.

Asettica.

Inodore.

Meravigliosa.

 

Craniotomo alla mano, ed in men che non si dica, si effettua una precisissima craniotomia quadrangolare centrata sulla lesione. Si ribalta l’opercolo osseo ed ecco la delicata e robusta dura madre ci accoglie, segnalando l’ultimo accesso al sancta sanctorum che come avidi cercatori di tesori, violeremo da lì a poco.

Dobbiamo incidere la dura, chiamiamo lo strutturato.

 

Chiudo gli occhi, solo due secondi.

Mi lascio invadere dai ritmici beep dei marchingegni degli anestesisti, lì dietro di me: nonostante le volte in sala da studente, non mi ero mai soffermato sulla delicata armonia di questi suoni artificiali.

Ma forse perché non vivevo la sala, in quella prospettiva.

 

Riapro gli occhi, lo strutturato si è lavato e ha preso il posto d’onore, direttamente davanti al capo della paziente e noi due specializzandi, al suo fianco, uno a destra uno a sinistra, quasi come immortalati in un dipinto di un’era passata.

 

Si incide la dura madre con un bisturi sottile, con una delicatezza quasi da far paura: il parenchima cerebrale è li sotto, e aspetta solo un nostro invito per emergere.

Eccolo, a braccetto con la frequenza cardiaca, ritma e si espone, anche un po' troppo: è per colpa di quella dannata lesione nelle profondità oscure, che lo spinge in maniera inconsueta, patologica.

Si individua un solco satellite, e in quattro e quattr’otto mi ritrovo a guardare il campo operatorio attraverso due oculari!

No, non sono stato così pollo da richiedere i miei occhiali così da cadere ancora nell’inganno della foschia della lente.

No, è stato posizionato il microscopio operatorio: un supporto tecnologico che ingrandisce ed illumina la regione permettendo di lavorare con estrema precisione nello spazio di pochi millimetri.

Si, avete letto bene: pochi millimetri! Avete capito di che minima distanza stiamo parlando?

Si ovviamente, direte voi.

Beh, lo pensavo anche io, solito illuso che non sono altro.

 

Vi assicuro che non si può avere totale coscienza del significato di pochi millimetri finchè non si ha modo di avere lì, a un palmo di naso, le mani dello strutturato che trovano un tragitto sicuro, in pertugi strettissimi per poter asportare la lesione e preservare l’encefalo sano.

 

E la ricerca di questo percorso avviene tramite corticectomia della porzione in esame.

La lesione è evidente, quel grigiore malefico che deturpa il roseo parenchima.

E allora l’azione si fa più frenetica: disseca, coagula, aspira, rimuovi e riparti. 

E io inebetito, ad ammirare tutto quanto stava accadendo, non riuscendo a realizzare la nuova prospettiva con la quale schermare la situazione che stavo vivendo.

I minuti passano con una velocità disarmante, l’asportazione prosegue imperterrita finchè a un certo punto le luci vengono spente. 

Si accende una particolare luce tramite il microscopio.

 

Sipario.

 

Brillano con una colorazione fluorescente i residui della lesione che erano sfuggiti al primo approccio perché nascosti, o difficilmente visibili: questo è stato possibile grazie a un tracciante particolare, la fluorescina sodica iniettata endovena e in grado di identificare proprio le porzioni patologiche.

Ora immaginatevi che genere di eccitazione si può provare davanti a tutto questo: alla possibilità di incrementare l’efficacia di un intervento così invasivo e a tratti pericolosissimo, alla concreta ipotesi di minimizzare i danni al parenchima sano così da permettere un risveglio senza nuovi deficit neurologici…riuscite a trovare le parole? 

Ottimo, se avete pazienza allora ditemele voi: io ho ancora quella xerostomia che è segno di quelle emozioni forti che ti impastano così tanto il cavo orale da non poter spiccicare parola alcuna.

 

Non abbiamo più porzioni brillanti. 

Lo strutturato si slava, tocca a noi due spec controllare l’emostasi e chiudere. Mi distolgo da quello stupor da ‘OmioDiochefigataspazialenoncipossocredere’ e mi attivo per essere un supporto efficace: aspira, coagula, aspira, coagula.

Una ripetitività di movimenti che fa rima con i più aggraziati gesti di una ballerina di danza classica.

Si sutura la dura madre, rinforzandola inferiormente con graft di pericranio autologo. Appensione durale ai bordi della craniotomia. Manca la porzione finale, l’opercolo osseo: si effettua un’osteosintesi con placche e viti ed emostasi dei piani epicranici. Suture per strati e chiusura.

 

Fine intervento.

Posso riprendere a respirare.

 


L’apnea più lunga della storia: 145 minuti di pura emozione.

Ma forse è la nuova prospettiva ad aver dato colore a un anonimo mercoledì invernale.

In una sala operatoria di un ospedale qualunque.

La nuova angolazione che ha svelato una visione che da tanto tempo cercavo e che era solo dentro di me, ora è reale, palpabile, viva e con la forza dirompente della più violenta delle cascate, mi travolge in un preziosissimo turbinio di emozioni.

Vere. 

Incredibili.

 

E allora avevano ragione i fratelli Gallagher a cantare così

.. Slip inside the eye of your mind

Don't you know you might find

A better place to play

You said that you'd never been..

domenica 20 dicembre 2020

Ho appena finito di leggere un libro

Ho appena finito di leggere un libro, anzi no, due libri. 

Un condensato di 150 pagine circa che normalmente potrebbero scivolare quasi nell’indifferenza di una lettura “da compagnia” per giornate noiose e uggiose, ma che in questo caso si sono rivelate un macigno ben più ostico da superare, digerire, codificare.

 

Ho appena finito di leggere due libri ed è un mese e tre giorni che non esco di casa, isolato per le progressive positività all’indagine molecolare del ben noto virus dei membri della mia famiglia e anche mia.

Un fulmine a ciel sereno che ha paralizzato la nostra quotidianità, che ha sancito la progressione delle nostre giornate nell’attesa snervante che terminassero il prima possibile per arrivare al famigerato d-day dell’ennesimo tampone.

 

E tra un colpo di tosse e il gusto che se ne va per poi ritornare lesto, mi sono scontrato per caso con una brutalità quasi devastante con questi due racconti, intrisi di realtà, di sangue, di umanità. 

Una realtà che spesso fa da frequente sfondo a titoloni acchiappa consensi e da triste palcoscenico per discutibili opinionisti.

 

Sapete, io sono un divoratore di libroni, di storie che sembrano non finire mai.

Aver preso questi libricini sembrava più che altro un errore, o forse no.

Libri così sottili per volume, ma così ingombranti, dei veri pachidermi, per tema affrontato.

 

In questi libri si vola, dal Kurdistan all’Angola, dall’Etiopia al Perù passando per la Cambogia, Gibuti e l’Afghanistan, che diventa la regina incontrastata in uno dei due volumi.

In questi libri si gustano sapori dimenticati, si percepiscono fragranze appartenenti a tribù, mondi distanti da noi anni luce. 

In questi libri si piange o si vomita.

Si piange per la difficoltà di comprendere e capire certe situazioni, si vomita per l’impatto di corpi mutilati, che con violenza fanno capolino tra un kalashnikov di stampo sovietico e uno strambo aggeggio verde dipinto che viene scambiato per gioco ma che si tramuta in trappola mortale.

 

In questi libri però si sorride.

È un sorriso amaro, che con timidezza nasconde dolore, ma che cerca di evidenziare le piccole e grandiose conquiste che un team variegato di professionisti raggiunge, in contesti a dir poco incredibili.

 

Questi libri mi hanno accompagnato in parte, durante questa quarantena infinita.

Sono state il comburente d’inchiostro per la combustione dei miei pensieri che non trovavano un filo conduttore perché ossessionati dal ‘ma come è possibile che siamo positivi con tutte le precauzioni?!’ al ‘non ne usciremo mai!’.

 

Estremizzo forse, ma vi assicuro che la gestione di una quotidianità e di un’infezione in famiglia, mi ha talvolta fatto qualche fastidioso sgambetto.

Ed ecco che questi libri mi hanno spento, o forse mi hanno acceso.

Hanno accesso il lume di una valutazione più ampia, di un allargamento dei confini, hanno spento il neglect che mi stava affliggendo miseramente. 

O meglio, nel quale mi imponevo di giacere commiserandomi della situazione che vivevo, che sto vivendo.

 

In medicina, il Neglect è la negligenza spaziale unilaterale o eminattenzione spaziale: paroloni che traducono l’esito di una lesione cerebrale inducente un fastidioso disturbo della cognizione spaziale nel quale, il paziente ha difficoltà ad esplorare lo spazio controlaterale alla lesione e non è consapevole degli stimoli presenti in quella porzione di spazio esterno o corporeo e dei relativi disordini funzionali. 

 

Che l’abbiate letta tra le righe di Sacks o ascoltata di sfuggita a lezione oppure anche se questo termine non vi accende alcun riferimento, non preoccupatevi.

Non è mia intenzione soffermarmi sui perché.

 

Ma sul come.

Come due libri siano stati in grado di spegnere il mio neglect.

No, non per le classiche lesioni al lobulo parietale inferiore o ai meno frequenti danni sottocorticali a livello talamico.

 

No, il mio neglect tradotto nella cecità e nella mia autocommiserazione delle ultime settimane.

Neglect è trascurare, nella sua accezione etimologica più antica. 

 

Non voglio cadere nel banale e scolastico ‘c’è di peggio’.

Ma la riflessione ruota proprio attorno a questo pilastro, tante volte citato con noncuranza come un mantra per dare tregua alla nostra coscienza, senza però dare peso a quanto ignoriamo, a quanto trascuriamo davvero.

 

Questi libri hanno avuto la pazienza di accogliermi, abbattendo quel fastidioso neglect che andava erroneamente a focalizzare le mie paranoie sì su un problema personale-famigliare, ma senza considerare che nella sua assurda difficoltà, non aveva ragione d’essere quel persistente stato di lamentela, di invocazione a chissà che divinità dei Pantheon riuniti per ottenere chissà che chiave di lettura per questa situazione.

 

Il più fine dei neurologi tra di voi allora potrebbe consolarmi dicendo che coloro i quali soffrono di sindrome di eminattenzione sono quasi sempre completamente anosognosici, non hanno cioè consapevolezza del proprio deficit.

No, cari miei, questa non è una scusante.

 

Sono stanco di tergiversare.

Questi volumetti sono stati per me come il mezzo definitivo per sbarazzarmi del mio velo di Maya, per poter accedere alla realtà nuda e cruda che in un certo modo mi ha permesso di razionalizzare la mia situazione, di semplificarla quasi come facevamo al liceo con quelle odiose frazioni irrazionali.

 


L’accenno a Schopenhauer è perché il neglect che mi ha accecato e indotto a considerare la mia, come la situazione peggiore dalla quale non trovare via d’uscita, altro non è che la traduzione di quell’ostacolo che non mi ha garantito di approcciarmi al tutto in maniera più serena, senza isolarmi.

No ok, questa non era voluta! Isolato si, ma non mentalmente!

 

Ho appena finito di leggere due libri che, come la volontà di vivere in grado di squarciare il famigerato velo, mi hanno liberato gli occhi e che, per gli amanti di Platone, mi hanno permesso di uscire dalla caverna risvegliando così la mia anima, facendomi rendere conto che trascurare il bistrattato “c’è di peggio” non mi dà garanzia di superare questa situazione di positività negativa.

 



Ma sapete, forse c’è qualcosa di più.

In questi libri.

Due elementi in più che sono stati utilizzati come armi improprie per sconfiggere quell’incatenante percezione della quotidianità.

 

La chirurgia e i sorrisi.

Si, perché tra lo scoppio improvviso di una bomba e una corsa a perdifiato per attraversare il fronte, tra parole in una lingua sperduta e le temperature glaciali a più di 4000m, il tempo a volte si ferma in quella che è un luogo dove tutto succede tranne che l’arresto delle azioni, ma che anzi è un travolgente susseguirsi di mani che prendono, incidono, isolano, clampano, suturano, salvano.

È la sala operatoria che nasce sotto una tenda montata in men che non si dica.

È la sala operatoria che rivive dalle macerie di un quadrato di piastrelle in frantumi.

È la sala operatoria che affronta sfide che semplici righe macchiate d’inchiostro danno solo una parvenza di straordinarietà.

È la sala operatoria dove si fronteggiano sconfitte che puzzano di morte.

È la sala operatoria che celebra la ripresa di un battito sinusale o di un arto che riprende colore, polso, vita.

 

E sono questi sprazzi di concretezza su un mondo tanto lontano ma tanto vicino, che mi risvegliano dal torpore inculcandomi quella specie di genuino orgoglio se penso che anche io avrò la medesima fortuna. Si spera.

 

Ma non è solo il riverbero delle lampade scialitiche che mi ha finalmente risvegliato.

Sono anche quei sorrisi, che emergono dalle mascherine di chirurghi chini per ore e ore a correggere quel difetto, a salvare l’insalvabile. 

Ed è così quindi che nel mio silenzio, anche un sorriso può fare rumore. 

Un rumore che spacca quell’angosciosa e a tratti esagerata sensazione di paralisi di fronte a un improvviso ostacolo.

 

Se per me è stato il connubio chirurgia e sorrisi a limare l’insostenibilità del momento, facendo scemare quel crudele neglect verso orizzonti più ampi, forse chiunque può avere il coraggio di trovare la propria accoppiata vincente per trascendere la difficoltà.

 

Ho appena finito di leggere un libro, anzi due.

Pappagalli verdi.

Buskashì.