venerdì 21 settembre 2018

Un nuovo me, in una mattina memorabile

Cosa significa emergenza?
Con quale coraggio canalizzare l'ansia e l'adrenalina per poter salvare una vita?

Oggi ho avuto queste risposte.

Inaspettatamente.
Violentemente.
Meravigliosamente.

Parte come una giornata come le altre, un venerdì settembrino con qualche stralcio di estate negli umori dei chirurghi e nell'aria un pò troppo rovente per il mondo asettico che percepisco ormai un pò come una mia seconda casa, un posto sicuro.
Briefing con passaggio di consegne dopo un turno notturno piuttosto movimentato, rapido giro visite con gli strutturati e via con gli specializzandi (Dio benedica sempre il buon cuore degli specializzandi!) a gestire reparto e nuovi ricoveri in un clima di serena e trepidante attesa per un weekend forse rilassante dopo l'intensa settimana.

Quando all'improvviso, lo squillare del cicalino del guardiano riporta tutti con i piedi per terra.
Una chiamata urgente dal PS, uomo di 62 anni con anisocoria e una TC che non lascia molti dubbi: ematoma subdurale acuto e infarcimento emorragico in sede temporo-occipitale sinistro forse per embolismo settico dall'endocardite di cui il paziente ne è affetto.
Una rapida consultazione con lo strutturato di turno, e gli specializzandi cominciano a correre a perdifiato diretti al reparto emergenze, non prima di avermi rivolto con un sorrisetto malizioso un 'che fai tu, mica ti perderai un interventone del genere?!'
Non completamente conscio di ciò che stava accadendo e di cosa sarebbe accaduto da lì a poco, mi metto a correre anche io con loro e al volo raggiungiamo il PS.

La tensione è palpabile.
Un capanello di rianimatori circonda il paziente.
L'hanno stabilizzato.
E' pronto per essere rapidamente trasportato in sala operatoria.
Nella sala delle urgenze, quella che non dorme mai, la sala sempre pronta, sempre capace di rispondere a qualsiasi esigenza pur di salvare una vita.

Un lavaggio antisettico, un'altra rapida scorta alle immagini TC e i chirurghi sono pronti e il paziente è sul lettino operatorio.
Non c'è più tempo da perdere! L'anisocoria è peggiorata cosiccome i parametri vitali: il rischio di un'ernia uncale si fa sempre più concreto!
Basta congetture sull'eziopatogenesi, strategie per tenere la pressione a valori accettabili: bisogna operare!

In una babele di schiamazzi e richiami all'infermiere circolante e allo specializzando di passaggio, io mi faccio piccolo piccolo in un angolo della sala, terrorizzato ma nel contempo pieno di una carica adrenalinica come penso di non avere mai provato!

Ad un segnale del primo operatore però accade l'impensabile: silenzio, un assoluto e assordante silenzio che pesa e crea come una leggera screpolatura nelle pieghe del tempo che permette al chirurgo di incidere preciso la cute del paziente. E in men che non si dica sta effettuando la prima apertura nel cranio con il craniotomo, fondamentale per garantire una valvola di sfogo e evitare il peggio, causa l'effetto massa dell'evento vascolare.

Respiro.
Mi accorgo di essere stato in apnea per questa prima fase.
Apnea come sinonimo di una stimolante tensione.
O come angosciosa attesa?
Respiro.

Mi rendo conto che anche i chirurghi rallentano due secondi per valutare la miglior strategia d'intervento. Deciso il da farsi, optano per una craniotomia parziale che avrebbe loro rivelato parte del problema, il sanguinamento più superficiale che avrebbero rimosso grazie a abili e ponderate mosse.

Da lì, il prosieguo dell'intervento pareva ormai chiaro: con l'aiuto dell'ecografo e delle immagini TC, cercare di riconoscere la sede del sanguinamento intraparenchimale e evacuarne il più possibile.

Come una sinfonia, una di quelle che non ti stanchi mai di ascoltare e ascoltare, i due chirurghi svolgono l'intervento quasi come un unico operatore: che meraviglia!
Una macchina ben oliata, caratterizzata da menti abili e capaci di riconoscere il minimo problema così da risolverlo il più precocemente possibile.

Sono ammaliato.
Estasiato.
Non ho parole.
Quello che sembrava un danno praticamente irrisolvibile, ora è stato tamponato e corretto al meglio!

Rivelati buoni valori di PIC (pressione intracranica), i due supereroi si apprestano a chiudere riposizionando l'osso precedentemente asportato.

Non prima di aver dato un ultimo sguardo a quel cervello.
A quel cervello che l'ha vista brutta.
Che sa bene che la battaglia è stata vinta ma la guerra ancora richiede sforzi che richiederanno un notevole supporto farmacologico, ma ora guardiamo al momento.

Assaporo questa vittoria.
Sorrido perchè mi accorgo di avere la gola secca: per le circa 3 ore di durata dell'intervento, sono rimasto con la bocca aperta. Come si potrebbe fare altrimenti!

Sono tornato ormai da alcune ore, ma solo adesso sento in parte scemare quella che è una sensazione che, sono certo nell'affermare, non ho mai in alcun modo sperimentato: una concitata tensione incanalata verso un'adrenalinica sfida.
Devo ammetterlo: sono rimasto stupito.
Per paradigma, mi sono sempre riconosciuto in quel genere di persona che necessita di tempo (talvolta troppo) per meditare la scelta giusta, quello che 'aspetta un attimo, che ci penso ancora', quello che ' l'ansia è la mia nemesi, che ci vuoi fare?'...

Pur non partecipando in prima persona, ma sentendomi strettamente coinvolto nel contesto, ho avvertito come una nuova carica temprare il mio noioso carattere calcolatore: come se tutto ciò che non riguardasse l'emergenza venisse offuscato da una densa nebbiolina così da poter permettere una migliore focalizzazione sulla questione.

Una scoperta che ha messo a nudo una dimensione che, vi assicuro, non ero così sicuro ci sarebbe stata.
Certo, non ho fatto assolutamente niente e anzi, qualcuno potrà vederli come i vaneggiamenti di un pischello ebbro di adrenalina, tuttavia volevo condividerlo.

E' passato così tanto tempo da quando scrivevo che, dopo aver superato lo stordimento dell'evento, ho sentito il bisogno di scrivere.

Scrivere per rendermi conto che non era la banale trama di una puntata di un medical drama.
Scrivere per rivivere, forse un pò egoisticamente, quelle sensazioni.
Scrivere per ricordarmi che quello per cui sto lottando da 5 anni a questa parte, mi permetterà di entrare in un mondo che, seppur pieno di controversie, è altrettanto colmo di meraviglia.
Scrivere perchè la neurochirurgia è fighissima, e per ora, all'alba del mio sesto e ultimo anno, non ha trovato in me nessun possibile rivale nella lotta per definire quello che forse sarà.

Quindi, Sergione, ricordati: non spaventarti di scoprire nuove dimensioni del tuo essere; non allarmarti se non riconosci come tue delle reazioni a quello che può accadere all'improvviso, perchè potrebbero essere la traduzione del meglio di te.
Magari.
Forse.


In ogni caso, la prossima volta ricordati di chiudere la bocca che la gola brucia ancora!