lunedì 4 novembre 2019

Stupirsi rende la vita degna di essere vissuta. (O.Wilde)

Si pensa spesso che la medicina sia delineata da dogmi, verità imprescindibili dalle quali difficilmente si può trascendere.
Pensare quindi di prevaricare questi limiti può apparire strano.
Folle.
Geniale.

Forse una delle definizioni moderne di assioma in ambito medico è l'utilizzo dell'anestesia in qualsiasi intervento chirurgico, che permette al chirurgo di agire in completa sicurezza e altrettanta libertà di movimento, mentre il collega anestesista si preoccupa del mantenimento dei parametri vitali.

Ma se vi dicessi che questa realtà indiscutibile è assolutamente reversibile?!

E' passato del tempo da quando ne ho avuto la prova.
Ma ancora oggi, mentre ripercorro con la mente quel giorno, mentre ne scrivo, è un turbinio di emozioni: pelle d'oca, batticuore, qualcosa d'indescrivibile.

Sto parlando della magia (si ragazzi, è proprio una vera e proprio magia!) dell'awake surgery.
Si tratta di un approccio chirurgico che si pone come valida alternativa nel trattamento di tumori cerebrali, soprattutto per quelli a basso grado: in questa situazione la notevole differenza rispetto all'usuale tecnica è che il paziente viene svegliato durante l'esecuzione dell'intervento stesso.

No, non ho sbagliato a scrivere: viene SVEGLIATO!
La prima volta che me ne hanno parlato pensavo mi stessero prendendo in giro!
E invece no.

Fantascientifico ma altrettanto reale.

Scansione di RM, rappresentante un caso analogo pubblicato
su Journal of Neurosurgery (Sollmann, N. et al, 118 - 2013). 
L'indicazione per l'effettuazione di tale intervento è che la lesione vada a coinvolgere aree definite eloquenti, ossia deputate al controllo di importanti funzioni come il movimento volontario e la produzione/comprensione del linguaggio. 
L'obiettivo, essendo spesso una lesione a basso grado, è proprio quello di massimizzare l'asportazione, cercando di estirpare tutta la massa senza ovviamente lasciare reliquati o deficit neurologici al paziente. Non si configura perciò come nelle lesioni a alto grado che, con l'approccio della gross total resection, richiedono un'asportazione il più ampia possibile per rallentare l'evoluzione della malattia.

La localizzazione però è spesso insidiosa, come nel caso che vi riporto: un uomo con lesione in sede fronto-opercolare sinistra con evidente coinvolgimento delle aree del linguaggio.
Ecco quindi che l'approccio awake è inevitabile per garantire un miglior risultato chirurgico.

La sala quel giorno era stracolma.
Saettavano occhi carichi di ansia mista a trepidazione, a testimonianza della consapevolezza che stava per accadere qualcosa di unico.
Infermieri fibrillanti per la nuova disposizione dei vari strumenti.
Neuropsicologhe pronte a testare intraoperatoriarmente la persistenza delle funzionalità neurologiche di base.
Anestesisti più preoccupati che emozionati, perché se 'se non si sveglia prontamente è colpa mia!'
Chirurghi carichi come non mai, pronti a dare uno spettacolo memorabile.

Tutto pronto. Tutti ai blocchi di partenza. Via!

Il paziente è completamente sedato, intubato.
Con abilità forgiata dall'esperienza,  i chirurghi operatori cominciano a incidere la cute, dopo aver identificato con precisione la sede del tumore grazie all'ausilio del neuronavigatore, e arrivano rapidamente alla superficie ossea del cranio.
Mano al craniotomo e in men che non si dica, è già stato messo a nudo il cervello rivestito dalla sola dura madre.

A questo punto, si erge imperiosa la voce dell'operatore che con un emozionato 'sveglialo!', avvisa l'anestesista che deve ridurre progressivamente la profondità dell'anestesia per riportare il paziente a uno stato di coscienza basale.

'Bentornato!'

Chi? Cosa?

Farfugliamenti incomprensibili.

'Non ti muovere Giacomino (sarà il nome fittizio del pz), ricordati che sei in sala operatoria e sta andando tutto bene.'
Borbottii.

Cioè volete dirmi che l'anestesista sta parlando col paziente e lui risponde?!?!
Impossibile.
Eppure..

Mi allontano dalla mia postazione (ragazzi, questa volta è stato davvero difficile trovare il mio angolino senza disturbare nessuno!) e con estrema cautela mi avvicino al letto operatorio.
Potete immaginare la mia sorpresa nel constatare che il nostro buon Giacomino aveva gli occhi aperti, rispondeva a semplici domande pre-impostate dalle psicologhe, mentre dietro di lui i chirurghi si davano da fare per riconoscere i confini della lesione espansiva da asportare senza intaccare le porzioni adibite al linguaggio, attraverso stimolazioni ad hoc.

'Forza, cosa c'è su questa carta?'
'Cane'
'Bene, qui?'
'Cusciafssjkcn'

Panico! Doveva essere un cuscino, non un neologismo!
Due secondi di pausa!
Tutti un bel respiro!

Significa che durante l'esecuzione dell'intervento si è andati in strettissima prossimità (si, parliamo di millimetri) di una porzione della circonvoluzione frontale inferiore deputata alla produzione del linguaggio. Perciò, con calma risolutiva, il chirurgo, mentre si continua a stimolare il paziente, circumnaviga tale porzione e prosegue imperterrito nell'intervento, che continuerà fino al termine senza alcuna battuta d'arresto.

Amazement awaits us at every corner
(J. Broughton)
Meno male avevo la mascherina: perché penso di essere rimasto letteralmente a bocca aperta.
Ancora una volta.
Non riuscivo a capacitarmi di come potesse essere accaduto!
Ok, il cervello non ha recettori del dolore come invece ne è estremamente provvista la cute, i muscoli e il cranio; per cui escludiamo la dimensione nocicettiva.
Però stavo veramente assistendo a qualcosa di estremamente unico nel suo genere.
Fermatevi due secondi e ragionate.



Avere modo di accedere alle aree più profonde del cervello, il prezioso caveau del nostro essere, con un notevole salvagente che si traduce nello svegliare il paziente che, consapevole di quello che sta accadendo, sarà la vostra guida, il vostro tom-tom!?

Se ancora ci penso ora, a distanza di mesi, in realtà sorrido (il brividino lungo la schiena rimane eh).
Sorrido perché avere la fortuna di individuare un qualcosa che permetta di stimolarti, di fissare ulteriormente il percorso che vorresti intraprendere, di stabilizzarti sui mille pensieri che ora come non mai attraversano con violenza e senza riguardo la tua quotidianità, di rinnovare in te quello stupore così genuino, non è scontato.
E quindi si, la strada è lunghissima. Ma chissà se prima o poi avrò la fortuna di urlare anche io quel 'sveglialo' e allora mi ricorderò del buon Giacomino, e di come anche in una sala operatoria si può rinnovare una certa magia.
Diamo tempo al tempo.

Intanto sorrido, che male non fa.
No tranquilli, non è una crisi gelastica.


P.S: se non fossi stato sufficientemente chiaro, basta andare su YouTube e cercare awake surgery.
E nulla, lasciatevi meravigliare.


lunedì 28 ottobre 2019

Il futuro inizia oggi, non domani.

Oggi piove.
E' lunedì ma non sono in ospedale, che succede?

Mi affaccio da una finestra di una biblioteca a me non familiare, su un paesaggio che non rispecchia i soliti contorni della piatta Brianza a cui sono abituato, o dei brulli monti fuori casa mia, nella mia amata Bergamasca.

In questa fase di stallo, ho tempo per riflettere, per pensare.
Kings of Convenience in sottofondo, chiaramente.

Mi sono laureato.
E' un fulmine a ciel sereno: sono passati solo 12 giorni da quel pomeriggio soleggiato, quasi primaverile.
E' uno di quei pensieri che non puoi frenare, erompe bruscamente e ti impone di fermarti. Ma è forse ora il momento per ragionare davvero su ciò che è successo, dopo i vertiginosi giorni di festeggiamento e gli altrettanto importanti giorni di recupero di ore di sonno.
Si, ora è il momento giusto.

Se vado a guardare la cronologia di questo raccoglitore di pensieri, confusionario e poco puntuale, trovo la data del 23 luglio 2015, e non riesco a non pensare a quella come l'estate dello sfacelo fisico e mentale, per tentare di superare quello che sicuramente è stato l'esame più ostico di tutti, fisiologia.
Pensare che in quel contesto, che in quelle giornate infinite sia nata la necessità di dare sfogo a me stesso, di dare libertà a un rigurgito di parole non sempre chiaro che ha spesso assunto le forme di racconti neuroaddicted, mi fa sorridere. Mi rasserena.
Perché nonostante il caos mentale che poteva derivarmi da uno studio allora non particolarmente efficace, ho avuto il coraggio di prendere tempo per me stesso, di iniziare qualcosa di nuovo che, se anche non garantiva l'uscita di nuovi articoli settimanalmente, mi permetteva di essere sereno, di essere davvero felice nel poter buttare giù due righe di pensieri nelle note del telefono anche se non avevano l'ardire di diventare un pezzo su questo fantomatico blog.
Scorro le date degli articoli e mentre passano gli anni, in parallelo corre il film della mia carriera universitaria: l'affaccendarsi di argomenti sempre più complessi e sempre più affascinanti, tirocini sparsi in ogni dove che, seppur i vari limiti organizzativi, mi hanno donato tanto.
Aspetta un attimo, è vero!
Si, ora andrò un pò controcorrente ma ehi, quanto sono unici i tirocini cui ho avuto la fortuna di partecipare?! Toccare con mano, anche per poco tempo e non sempre con la giusta profondità, molti ambiti della moderna medicina mi ha davvero insegnato molto.
Non parlo solo dell'universo di informazioni dietro a un dato di laboratorio anormale o nascosto da un segno clinico peculiare.

Parlo di umanità.
Quella vera.
Quella che non insegnano, della quale tu puoi esserne testimone consapevole.

Negli anni, ho avuto la fortuna di conoscere professionisti che valorizzavano questa dimensione, non con la boriosa dimostrazione del loro ruolo, ma perché umani.
Splendidi esseri umani.

E penso che questa dichiarazione rispecchi sopratutto chi, negli ultimi due anni, mi è stato davvero vicino. E ancora cadiamo lì, nel mondo che tanto mi piacerebbe diventasse parte integrante della mia quotidianità da qui a un anno quando il test di specializzazione orienterà il mio futuro.
Si, sto parlando ancora di neurochirurgia, in particolare quella del San Gerardo, che è stata un pò come una seconda casa, sicura e, nonostante alcune incongruenze, piena di umanità.
Quella autentica.
Ho aggiunto inavvertitamente un'altra parola-bomba, futuro! Ed ecco quindi che come pensiero flash posso affermare con certezza che rimango saldo su quello che voglio: non riesco a trovare una ragione precisa per la quale vorrei fare il chirurgo, ne trovo solo un migliaio per cui non devo smettere di credere che sia possibile diventarlo. Arriverà sicuramente il momento in cui diventerà più che una semplice passione, un mero interesse, più che un semplice gioco..
E, arrivato quel momento, credo che tu possa scegliere di fare quel passo in avanti, oppure voltarti e andare via. Potrei, ora come ora, pensare a un'altra strada, forse una che mi garantirebbe di non sacrificare così tanto come ho visto fare ai miei cari specializzandi. Si, potrei mollare, cambiare rotta.
Ma c'è un problema, e anche piuttosto imponente..
Mi piace troppo.

Vero, forse divago un pò troppo, toccando tanti concetti. Scrivo qualsiasi pensiero mi passi per la testa: ma, ehi, a chi non piace un flusso di coscienza caotico e incomprensibile?

Torniamo all'umanità. Quella splendida dimensione dell'essere che forse più di ogni capitolo studiato, mi sta davvero permettendo di raggiungere chi ha bisogno d'aiuto.
Non pecchiamo d'orgoglio nell'usare il tempo passato nella frase precedente: non ho minimamente scalfito ciò che significa davvero essere medici. Ho appena iniziato!
Certo, che qualcuno ti metta la corona d'alloro in testa non può essere secondario, ma nemmeno considerarsi come l'apice del proprio percorso: c'è chi dice che adesso viene il difficile, e a questo qualcuno rispondo che sono pronto a affrontare il difficile ma anche il bello che sottende questa scelta di vita, che sono certo, mi renderà nel tempo un vero essere umano.

Pioveva.
Ora, un timido raggio di sole illumina una grigia città.

Ah si, mi sono laureato.
Ora si comincia, sul serio.














domenica 20 gennaio 2019

Sii ciò che desideri essere. Persegui gli scopi che desideri raggiungere. (S. Bambarén)

Cosa garantisce il raggiungimento di un equilibrio?
Cosa permette di ritenersi soddisfatti di ciò che si sta perseguendo?
Vale la pena stravolgere gli schemi mentali, le abitudini quelle 'dure a morire' per uno scopo più grande?

Vaneggiamenti di una fredda domenica invernale, ma sono queste le domande che una settimana fa a quest'ora, mi attanagliavano la mente, contorcendosi in un intricato labirinto senza apparente soluzione.

Lunedì scorso ho cominciato ufficialmente il mio internato di laurea nel reparto di Neurochirurgia dell'Ospedale San Gerardo di Monza, affiliato alla mia università. 
Un tirocinio come altri, qualcuno potrebbe dire.
Una proforma burocratica noiosa e necessaria, direbbe qualcun altro.
Un' avvincente partenza per un futuro che, seppur dalle tinte non chiare, so sarà stupendo, dico io.

Non vi nascondo che mettere per iscritto 'internato di laurea' mi agita, mi scatena sentimenti contrastanti come mai non ne ho provati prima: una gioia irrefrenabile sapere che manca meno di un anno a un percorso che pareva essere infinito, una paura paralizzante su quello che questo comporterà in termini di responsabilità e ipotesi di futuro ancora vaghe.

Ma direi di gustarci il momento.
 
Non prendiamoci troppo in giro però: lo sapete, sono un tipo piuttosto paranoico. 
Inizialmente ero davvero molto titubante a pensare di dover già frequentare sapendo di dover sostenere ancora i tre esami finali del corso che sono, per definizione, riassuntivi di tutto il ciclo di studi. 
Siamo in piena sessione invernale: quel periodo tanto odioso quanto necessario per tentare di superare gli esami, caratterizzato dal minor numero di distrazioni e contatti con il mondo, al di là della mia scrivania. 
E mi viene proposto di alterare questa ormai ben consolidata routine per andare in ospedale per un non ben ancora definito compito? No dai..che cavolo! So di essere molto limitato, se si esce dagli schemi organizzativi faccio molta fatica, si, provo a adattarmi però questo è troppo! Non ce la farò mai..

C'è però la questione 'forza propulsiva'! 
Mi spiego meglio.

Ritrovarsi a 24 anni a passare ancora giornate intere come uno studente liceale a studiare per cercare di superare l'ostacolo 'esame' è una situazione davvero oppressiva, sembra spesso fine a sé stessa, focalizzata all'elementare raggiungimento di voti stellari. 
Si perde, credo, il contesto in cui si stanno concretizzando questi sforzi. Viene quindi a mancare un pò di grinta nell'affrontare tutto questo..

Ma ecco che, passare del tempo tra il reparto e la sala operatoria di quello, che spero ardentemente, potrà essere il mio futuro, mi ha già fornito, a distanza di pochi giorni,  una forza indomita che non avrei mai immaginato!

Non che abbia sostenuto alcuno di questi esami, non ho cioè la dimostrazione scientifica che questo nuovo approccio organizzativo funzioni, ma sono sereno, felice di aver ritrovato una compagna che avevo perso di vista da un pò, una forza motrice il cui stimolo avevo in parte perso da un tempo non chiaro: la motivazione.

Una motivazione che può essere decifrata con l'incanto della clinica neurologica.

Essere in grado di collegare patologia - tipo di intervento neurochirurgico - neuroanatomia - clinica pre e post operatoria - neuroimaging  è meraviglioso. 
Ok, forse per l'imaging sono a un livello molto molto basilare ma grazie alla pazienza dei miei fratelli/sorelle maggiori (questo sono per me gli specializzandi che sto conoscendo sempre meglio) piano piano capirò bene la sede di cisterne, vasi e quant'altro.
Lo so, qualcuno potrebbe considerarli come i patetici discorsi di uno studentello che rimane affascinato da qualcosa di impalpabile o di non così entusiasmante ma alla fine, la migliore filosofia ha sempre sostenuto che il punto più elevato, più fresco e più compiuto della ragione è il meravigliarsi (F. Hadjadj). 

Se all'esame obiettivo neurologico di un paziente che sale in reparto dalla terapia intensiva dopo un intervento, apprezzi la presenza di un deficit del nervo facciale con spianamento della rima labiale, segno di Negro, lagoftalmo con segno di Bell (il segno di Bell ragazzi!) capisci che il VII è stato coinvolto in maniera importante nell'intervento; pensi allora al decorso di tale nervo e vedendo che l'incisione è sita posteriormente, pensi a un intervento di asportazione di un neurinoma dell'acustico che, spesso, dà come complicanza maggiore una lesione più o meno significativa del facciale in quanto adiacente al vestibolococleare, sopratutto in prossimità dell'angolo ponto cerebellare.
Per me sono piccole conquiste riuscire a risolvere tali rompicapi, e è estremamente affascinante riconoscere l'evidenza semeiologica di un danno anatomico ben preciso!

Senza dimenticare la sala operatoria.
La sala operatoria!!

Il vero perché alla domanda esistenziale del 'come mai sei più orientato a una branca chirurgica'.
Se vogliamo tradurre meraviglia con un luogo ben preciso non potrebbe essere altro posto, un luogo quasi magico in cui il frastuono del mondo esterno e di tutte le preoccupazioni che porta con sé, spariscono, per lasciare spazio alla più profonda concentrazione che si concretizza in fluidi e calcolati gesti atti a salvare una vita.
Ritornarci, dopo un bel pò di giorni, è stato quasi catartico: lo so, forse esagero e i più mi considereranno un esaltato, però è davvero quello che percepisco. In sala operatoria il tempo perde ogni significato: mentre si incide, si sutura e si salvano vite, l'orologio non ha importanza. 

10 minuti, 10 ore.

E anche in questo primo assaggio, ho avuto modo di assistere a interventi che sanno del fantascientifico. 
Dall'evacuazione di un ematoma cronico che ha rivelato purtroppo essere l'anticamera di una lesione neoplastica profonda all'emergenza della settimana che, a dispetto del 'solito' ematoma subdurale acuto, era dovuta alla presenza di un tumore profondo di 7cm x 6cm a livello parieto-temporale destro che creava un pericoloso aumento di pressione endocranica che stava evidenziandosi con un notevole shift delle strutture mediane e un sopore sempre più franco alla valutazione clinica.

E così è. 
La meraviglia tradotta a professione, a missione.
Ora come ora non potrei desiderare di meglio, anche se la vivo da spettatore (ma lo spettatore quello innamorato pazzo dello show, per capirci quello che rimane seduto in sala a vedere tutti i titoli di coda fino all'ultimo) mi sento parte di un miracolo che si rinnova ogni giorno. 
E questo mi dà lo stimolo giusto per affrontare, con la giusta carica, gli ultimi ostacoli.

Certo, in neurochirurgia, sopratutto con i grandi tumori, la sfida è spesso impari: si perde tanto quanto si vince. La chiave però, mi sembra di capire e di apprezzare, è non fallire.
E l'unico modo per fallire è non combattere. 
Perciò, Sergione, combatti finchè non puoi combattere più, anche perché è questo il vero equilibrio che andavi cercando, è qua che si gioca la partita.

Si, ci sono migliaia di motivi per cui dovrei smettere di credere, di impuntarmi su questa scelta che potrebbe apparire come parzialmente autodistruttiva: qualcuno rende spesso le cose difficili apposta, il cammino è disseminato di scogli
che paiono insormontabili, arriva un momento in cui diventa più che un semplice 'show di abilità e tecnica'.
E puoi fare quel passo avanti, oppure voltarti, andare via e ritornare mesto alla tua scrivania.

Potrei mollare, ma c'è un problema... è più forte di me, mi piace troppo.










venerdì 21 settembre 2018

Un nuovo me, in una mattina memorabile

Cosa significa emergenza?
Con quale coraggio canalizzare l'ansia e l'adrenalina per poter salvare una vita?

Oggi ho avuto queste risposte.

Inaspettatamente.
Violentemente.
Meravigliosamente.

Parte come una giornata come le altre, un venerdì settembrino con qualche stralcio di estate negli umori dei chirurghi e nell'aria un pò troppo rovente per il mondo asettico che percepisco ormai un pò come una mia seconda casa, un posto sicuro.
Briefing con passaggio di consegne dopo un turno notturno piuttosto movimentato, rapido giro visite con gli strutturati e via con gli specializzandi (Dio benedica sempre il buon cuore degli specializzandi!) a gestire reparto e nuovi ricoveri in un clima di serena e trepidante attesa per un weekend forse rilassante dopo l'intensa settimana.

Quando all'improvviso, lo squillare del cicalino del guardiano riporta tutti con i piedi per terra.
Una chiamata urgente dal PS, uomo di 62 anni con anisocoria e una TC che non lascia molti dubbi: ematoma subdurale acuto e infarcimento emorragico in sede temporo-occipitale sinistro forse per embolismo settico dall'endocardite di cui il paziente ne è affetto.
Una rapida consultazione con lo strutturato di turno, e gli specializzandi cominciano a correre a perdifiato diretti al reparto emergenze, non prima di avermi rivolto con un sorrisetto malizioso un 'che fai tu, mica ti perderai un interventone del genere?!'
Non completamente conscio di ciò che stava accadendo e di cosa sarebbe accaduto da lì a poco, mi metto a correre anche io con loro e al volo raggiungiamo il PS.

La tensione è palpabile.
Un capanello di rianimatori circonda il paziente.
L'hanno stabilizzato.
E' pronto per essere rapidamente trasportato in sala operatoria.
Nella sala delle urgenze, quella che non dorme mai, la sala sempre pronta, sempre capace di rispondere a qualsiasi esigenza pur di salvare una vita.

Un lavaggio antisettico, un'altra rapida scorta alle immagini TC e i chirurghi sono pronti e il paziente è sul lettino operatorio.
Non c'è più tempo da perdere! L'anisocoria è peggiorata cosiccome i parametri vitali: il rischio di un'ernia uncale si fa sempre più concreto!
Basta congetture sull'eziopatogenesi, strategie per tenere la pressione a valori accettabili: bisogna operare!

In una babele di schiamazzi e richiami all'infermiere circolante e allo specializzando di passaggio, io mi faccio piccolo piccolo in un angolo della sala, terrorizzato ma nel contempo pieno di una carica adrenalinica come penso di non avere mai provato!

Ad un segnale del primo operatore però accade l'impensabile: silenzio, un assoluto e assordante silenzio che pesa e crea come una leggera screpolatura nelle pieghe del tempo che permette al chirurgo di incidere preciso la cute del paziente. E in men che non si dica sta effettuando la prima apertura nel cranio con il craniotomo, fondamentale per garantire una valvola di sfogo e evitare il peggio, causa l'effetto massa dell'evento vascolare.

Respiro.
Mi accorgo di essere stato in apnea per questa prima fase.
Apnea come sinonimo di una stimolante tensione.
O come angosciosa attesa?
Respiro.

Mi rendo conto che anche i chirurghi rallentano due secondi per valutare la miglior strategia d'intervento. Deciso il da farsi, optano per una craniotomia parziale che avrebbe loro rivelato parte del problema, il sanguinamento più superficiale che avrebbero rimosso grazie a abili e ponderate mosse.

Da lì, il prosieguo dell'intervento pareva ormai chiaro: con l'aiuto dell'ecografo e delle immagini TC, cercare di riconoscere la sede del sanguinamento intraparenchimale e evacuarne il più possibile.

Come una sinfonia, una di quelle che non ti stanchi mai di ascoltare e ascoltare, i due chirurghi svolgono l'intervento quasi come un unico operatore: che meraviglia!
Una macchina ben oliata, caratterizzata da menti abili e capaci di riconoscere il minimo problema così da risolverlo il più precocemente possibile.

Sono ammaliato.
Estasiato.
Non ho parole.
Quello che sembrava un danno praticamente irrisolvibile, ora è stato tamponato e corretto al meglio!

Rivelati buoni valori di PIC (pressione intracranica), i due supereroi si apprestano a chiudere riposizionando l'osso precedentemente asportato.

Non prima di aver dato un ultimo sguardo a quel cervello.
A quel cervello che l'ha vista brutta.
Che sa bene che la battaglia è stata vinta ma la guerra ancora richiede sforzi che richiederanno un notevole supporto farmacologico, ma ora guardiamo al momento.

Assaporo questa vittoria.
Sorrido perchè mi accorgo di avere la gola secca: per le circa 3 ore di durata dell'intervento, sono rimasto con la bocca aperta. Come si potrebbe fare altrimenti!

Sono tornato ormai da alcune ore, ma solo adesso sento in parte scemare quella che è una sensazione che, sono certo nell'affermare, non ho mai in alcun modo sperimentato: una concitata tensione incanalata verso un'adrenalinica sfida.
Devo ammetterlo: sono rimasto stupito.
Per paradigma, mi sono sempre riconosciuto in quel genere di persona che necessita di tempo (talvolta troppo) per meditare la scelta giusta, quello che 'aspetta un attimo, che ci penso ancora', quello che ' l'ansia è la mia nemesi, che ci vuoi fare?'...

Pur non partecipando in prima persona, ma sentendomi strettamente coinvolto nel contesto, ho avvertito come una nuova carica temprare il mio noioso carattere calcolatore: come se tutto ciò che non riguardasse l'emergenza venisse offuscato da una densa nebbiolina così da poter permettere una migliore focalizzazione sulla questione.

Una scoperta che ha messo a nudo una dimensione che, vi assicuro, non ero così sicuro ci sarebbe stata.
Certo, non ho fatto assolutamente niente e anzi, qualcuno potrà vederli come i vaneggiamenti di un pischello ebbro di adrenalina, tuttavia volevo condividerlo.

E' passato così tanto tempo da quando scrivevo che, dopo aver superato lo stordimento dell'evento, ho sentito il bisogno di scrivere.

Scrivere per rendermi conto che non era la banale trama di una puntata di un medical drama.
Scrivere per rivivere, forse un pò egoisticamente, quelle sensazioni.
Scrivere per ricordarmi che quello per cui sto lottando da 5 anni a questa parte, mi permetterà di entrare in un mondo che, seppur pieno di controversie, è altrettanto colmo di meraviglia.
Scrivere perchè la neurochirurgia è fighissima, e per ora, all'alba del mio sesto e ultimo anno, non ha trovato in me nessun possibile rivale nella lotta per definire quello che forse sarà.

Quindi, Sergione, ricordati: non spaventarti di scoprire nuove dimensioni del tuo essere; non allarmarti se non riconosci come tue delle reazioni a quello che può accadere all'improvviso, perchè potrebbero essere la traduzione del meglio di te.
Magari.
Forse.


In ogni caso, la prossima volta ricordati di chiudere la bocca che la gola brucia ancora!



giovedì 7 settembre 2017

Nessun uomo è un'isola, intero in sé stesso. (J.Donne)

Ieri sera, facendo un lento e noioso zapping per i canali mi sono imbattuto su una prima visione di cui avevo sentito parlare: Passengers, film del 2016 con C.Pratt e J.Lawrence.
Nel bel mezzo del loro sonno criogenico durante un viaggio interstellare dalla Terra a un nuovo pianeta, vengono svegliati con 90 anni di anticipo. Il film ruota attorno al loro disperato e ostinato tentativo di riparare le loro camere d'ibernazione per poter riprendere il sonno.
Non è un post spoilerante il film, quindi non voglio aggiungere altro se non che, secondo me, merita di essere visto.

Quindi?
Bè, il film ha funzionato da combustibile per la mia caotica industria di pensieri.


E' la figura interpretata da C.Pratt che mi ha fatto pensare a un Robinson Crusoe 2.0, versione millenial.
E da lì ho cominciato a pensare. Ad arrovellarmi su come, in realtà, la solitudine, ricercata spasmodicamente o subita involontariamente, sia patrimonio comune di tutti in maniera più o meno consapevole.

E' una morsa.
Stringe al punto giusto tale da non lasciare molto scampo.
Come le trappole più complesse, contiene però anche la chiave per poter essere resa innocua.
Ma che paura rimanere completamente soli.
E questa paura vale per chi invece la ricerca? Da cosa scappi per volerti isolare?


Mi sono informato: dall'archivio de Le Scienze (l'italiano Scientific American) ho scovato un articolo che descrive di uno studio che suggerisce la possibilità che la solitudine sia influenzata, in una sorta di circolo vizioso, da una ridotta risposta dello striato ventrale (componente sottocorticale atta alla regolazione del movimento e a diversi processi cognitivi sostenuti da stimoli associati alla ricompensa, ma anche stimoli da avversione, nuovi, inattesi o intensi) alla ricompensa sociale.La ricerca, diretta da John Cacioppo e Jean Decety, è la prima a usare la fMRI per studiare le connessioni fra isolamento sociale, percepito come solitudine, e attività cerebrale. Combinando le scansioni fMRI con dati relativi al comportamento sociale, i ricercatori hanno scoperto che lo striato ventrale è molto più attivo nei soggetti non isolati quando essi osservano immagini di persone in in una situazione piacevole. Per contro, la giunzione temporo-parietale, una regione associata all'assunzione del punto di vista di un altro, è molto meno attiva fra le persone isolate quando osservano persone in situazioni spiacevoli.
"Considerati i loro sentimenti di isolamento sociale, i soggetti soli possono essere portati a trovare una consolazione relativa in una ricompensa non sociale”, ha osservato John Cacioppo. Lo striato ventrale, una struttura centrale per l'apprendimento, è attivato da ricompense sia primarie, come il cibo, sia secondarie, come i soldi, ma anche da sentimenti di stima sociale e di amore.
Anche se è plausibile che la solitudine influenzi l'attività cerebrale, i ricercatori ipotizzano che l'attività dello striato ventrale possa a sua volta predisporre ai sentimenti di solitudine: "Lo studio suggerisce l'interessante possibilità che la solitudine possa derivare da una ridotta attività di ricompensa nello striato ventrale in risposta alla ricompensa sociale”, ha detto Decety


Nel dettaglio, ricercatori americani descrivono come l'isolamento sociale influisca sul comportamento delle persone, ma anche sul modo di funzionare dei loro cervelli (per l'articolo completo: Journal of Cognitive Neuroscience. )



Insomma, una condizione che il nostro cervello può riconoscere e parzialmente affrontare.
Ma ecco il dilemma, ben evidenziato anche dallo studio: da soli non si risolve.
L'essere soli è la pratica traduzione di una mancata ricompensa percepita, qualunque sia la sua natura.
Così come Pratt nel film che ricerca spasmodicamente la compagnia, così anche noi seguendo l'assunto aristotelico dell'uomo come animale sociale non facciamo altro che tentare di ricompensare lo striato ventrale dando vita alle relazioni sociali.

Talvolta però la pesantezza del nostro flusso di pensieri è foriero di inconscia necessità all'isolamento, nonostante isolarsi e stare da soli credo non si traduca con solitudine.
Ritengo di definire la solitudine come il sentimento provato di chi si senta socialmente isolato, quando c'è un mancato collegamento tra le relazioni sociali desiderate e le vere relazioni. Ed ecco la pratica dimostrazione di quanto afferma anche lo studio citato poc'anzi, riconoscendo bene cosa la solitudine può fare al nostro cervello
Ad esempio, può renderlo super attento alle possibili minacce e bravo ad auto-preservarsi. Sentirsi isolati può significare che hai bisogno di reinterpretare la visione delle tue interazioni sociali, Per esempio, se senti che un amico ti ha mancato di rispetto, chiedi a te stesso, prima di tutto, se sei stato ostile o in 'modalità isolamento' e se il tuo amico ha solo reagito al tuo comportamento. Perché credo sia necessario capire che potresti essere tu il responsabile di tutto questo.


Un mix non facile da sbrigliare, una matassa a dir poco intricata.
Ma allora, come trovare la spinta giusta per emergere?
Come trovare la chiave di volta per risolvere la spirale della solitudine che può intaccare ciascuno di noi, in un mondo che ti offre solo apparenti palliativi all'isolamento?


Non fraintendetemi, ma sono un'inguaribile romantico: credo ancora nel salvifico ruolo di una sana e profonda relazione.
Porsi nel mood ideale per ampliare sé stessi così da poter conoscere qualcuno che condivide i tuoi interessi, che si pone come te nell'affrontare la vita o che comunque ti fornisce una visione diversa ma adottabile, penso abbia un peso enorme.
Non troveremo su un piatto d'argento il mood giusto, ma dobbiamo ricercarlo con pazienza: ritengo però, che la semplice consapevolezza che non siamo vittime passive e che abbiamo un po' di controllo della situazione e che possiamo cambiare la nostra condizione cambiando i nostri pensieri, le nostre aspettative e i nostri comportamenti possa avere un effetto incredibile.

Un primo passo quindi porsi con il giusto approccio.
E poi?
Poi aspettarsi il meglio. Chiaro, è importante concedere agli altri il beneficio del dubbio, però più riusciamo a scoprire buone qualità in noi stessi, più riusciamo a vederle negli altri.

Generalmente, siamo soliti perderci nel moto lento e paranoico di un mondo immaginario in cui non esiste un unico punto di vista, non esiste la ragione o il torto, esistono le ragioni di ognuno, la vita di ognuno, che non si incontrano, non si capiscono, sono semplicemente differenti.

Così dal paradosso passiamo all’incomunicabilità, perché l’impossibilità di toccarsi e di vivere in una dimensione che non è la propria, rende gli uomini assolutamente muti e incapaci di comprendere le realtà differenti che li circondano e questo li spinge a un maggiore isolamento verso tutto e tutti.

Se traducessimo questo pensiero con un'immagine userei Relatività di Escher.




Nonostante il caos, in questo percorso visivo l'autore ci fa intravedere una speranza: una coppia che cammina abbracciata.

Quindi esiste la possibilità di ritrovarsi nella prospettiva, di muoversi sullo stesso pavimento, perché l’amore fa ritrovare le strade, è il punto d’incontro per un vista comune.

Diventa la modalità concreta per cercare di maturare insieme un modo convinto per raggiungere un risultato comune, che diventa il frutto significativo del processo di canalizzazione della propria identità con quella dell'altro. Credo nel necessario rapporto delle proprie intuizioni con un'altra persona, meglio se è quella di cui maggiormente ti fidi. E' forse quindi attraverso questo confronto che, le lacune lasciate vuote da un iniziale rapporto con una realtà che non ci soddisfa e da cui rifuggiamo, potranno essere colmate dal delizioso frutto di vicendevole scambio così da poter rompere i sigilli della tua camera di isolamento e godere così della vita.

giovedì 24 agosto 2017

In tutte le realtà naturali vi è qualcosa di meraviglioso (Aristotele)

Le ore dilazionate del periodo estivo ci danno la chance di gustare piccoli dettagli di cui prima non ne eravamo pienamente consapevoli..

http://www.ilsuperuovo.org/leclissi-solare-mondo-simbiosi/


Traduco questa meravigliosa verità con un video, trovato casualmente in rete che delinea le aspettative di un viaggio futuro

Scotia Simphonia

Enjoy it!

domenica 28 maggio 2017

Stream of consciousness [puntata 1]




Respira, respira, un respiro profondo.
C'è il rischio di affogare, calma.
Smettila di boccheggiare: ricordati di respirare.Alle porte di questa nuova sessione estiva non posso far altro che prendere un respiro.
Sono in momenti come questi che la tensione si fa così palpabile che rende necessaria una via d'uscita, una valvola di sfogo, e perché non rilasciando a cascata parole, apparentemente prive di un motivo?
Necessità, bisogno, esigenza.

Avendo passato molto tempo lontano da qui, mi è balenata in testa l'idea di intervallare sporadici interventi su neurofigaggini (colpa mia, avrei diverse cose da raccontare ma mai il tempo per organizzarli in un discorso lineare) a personali flussi di coscienza liberi, senza limiti né imposizioni ma solo per il gusto di farlo: presente James Joyce?
Ecco, uno sviluppo così, magari un pò più comprensibile.

Ok, ora non boccheggio più. Ho ripreso un buon ritmo eupnoico.
E via, il flusso parte: ansia, schemi, rigidi programmi, l'estate dalla finestra..ma tempo per pensare ne abbiamo?
Voglio dire, liberare qualsiasi blocco e gustarci l'intricato mondo della nostra mente, libera e vera, ci è concesso in un contesto di vita frenetico e senza via di scampo?
Sono convinto che ciascuno si debba impegnare per ritagliarsi ogni giorno una fettina di tempo e..pensare. Sì, pensare. Non lo facciamo. Ci preoccupa di più 'l'agire'. Ma tutto questo 'fare', confessiamolo, è il più delle volte un coacervo di azioni meccaniche, che proseguono nel loro moto per forza di inerzia, E invece dovremmo tutti recuperare un legittimo spazio per ragionare, riflettere, considerare, meditare, ponderare, rimuginare, scervellarci, speculare.
Gli antichi romani parlavano di otium, termine che oggi ha assunto un significato negativo, di cui allora comprendevano il valore. Bertrand Russel, il famoso filosofo inglese, scrisse persino una raccolta di saggi, Elogio dell'ozio, e ancora A. Einstein affermò che l'immaginazione è più importante della conoscenza.
Un pò di tempo per noi quindi? Giusto per liberarci dalla rigidità che spesso limita le nostre vite?
Io lo farei, o almeno voglio provarci.

Bene, ho finito.
Respiro..
Buonanotte.