venerdì 21 settembre 2018

Un nuovo me, in una mattina memorabile

Cosa significa emergenza?
Con quale coraggio canalizzare l'ansia e l'adrenalina per poter salvare una vita?

Oggi ho avuto queste risposte.

Inaspettatamente.
Violentemente.
Meravigliosamente.

Parte come una giornata come le altre, un venerdì settembrino con qualche stralcio di estate negli umori dei chirurghi e nell'aria un pò troppo rovente per il mondo asettico che percepisco ormai un pò come una mia seconda casa, un posto sicuro.
Briefing con passaggio di consegne dopo un turno notturno piuttosto movimentato, rapido giro visite con gli strutturati e via con gli specializzandi (Dio benedica sempre il buon cuore degli specializzandi!) a gestire reparto e nuovi ricoveri in un clima di serena e trepidante attesa per un weekend forse rilassante dopo l'intensa settimana.

Quando all'improvviso, lo squillare del cicalino del guardiano riporta tutti con i piedi per terra.
Una chiamata urgente dal PS, uomo di 62 anni con anisocoria e una TC che non lascia molti dubbi: ematoma subdurale acuto e infarcimento emorragico in sede temporo-occipitale sinistro forse per embolismo settico dall'endocardite di cui il paziente ne è affetto.
Una rapida consultazione con lo strutturato di turno, e gli specializzandi cominciano a correre a perdifiato diretti al reparto emergenze, non prima di avermi rivolto con un sorrisetto malizioso un 'che fai tu, mica ti perderai un interventone del genere?!'
Non completamente conscio di ciò che stava accadendo e di cosa sarebbe accaduto da lì a poco, mi metto a correre anche io con loro e al volo raggiungiamo il PS.

La tensione è palpabile.
Un capanello di rianimatori circonda il paziente.
L'hanno stabilizzato.
E' pronto per essere rapidamente trasportato in sala operatoria.
Nella sala delle urgenze, quella che non dorme mai, la sala sempre pronta, sempre capace di rispondere a qualsiasi esigenza pur di salvare una vita.

Un lavaggio antisettico, un'altra rapida scorta alle immagini TC e i chirurghi sono pronti e il paziente è sul lettino operatorio.
Non c'è più tempo da perdere! L'anisocoria è peggiorata cosiccome i parametri vitali: il rischio di un'ernia uncale si fa sempre più concreto!
Basta congetture sull'eziopatogenesi, strategie per tenere la pressione a valori accettabili: bisogna operare!

In una babele di schiamazzi e richiami all'infermiere circolante e allo specializzando di passaggio, io mi faccio piccolo piccolo in un angolo della sala, terrorizzato ma nel contempo pieno di una carica adrenalinica come penso di non avere mai provato!

Ad un segnale del primo operatore però accade l'impensabile: silenzio, un assoluto e assordante silenzio che pesa e crea come una leggera screpolatura nelle pieghe del tempo che permette al chirurgo di incidere preciso la cute del paziente. E in men che non si dica sta effettuando la prima apertura nel cranio con il craniotomo, fondamentale per garantire una valvola di sfogo e evitare il peggio, causa l'effetto massa dell'evento vascolare.

Respiro.
Mi accorgo di essere stato in apnea per questa prima fase.
Apnea come sinonimo di una stimolante tensione.
O come angosciosa attesa?
Respiro.

Mi rendo conto che anche i chirurghi rallentano due secondi per valutare la miglior strategia d'intervento. Deciso il da farsi, optano per una craniotomia parziale che avrebbe loro rivelato parte del problema, il sanguinamento più superficiale che avrebbero rimosso grazie a abili e ponderate mosse.

Da lì, il prosieguo dell'intervento pareva ormai chiaro: con l'aiuto dell'ecografo e delle immagini TC, cercare di riconoscere la sede del sanguinamento intraparenchimale e evacuarne il più possibile.

Come una sinfonia, una di quelle che non ti stanchi mai di ascoltare e ascoltare, i due chirurghi svolgono l'intervento quasi come un unico operatore: che meraviglia!
Una macchina ben oliata, caratterizzata da menti abili e capaci di riconoscere il minimo problema così da risolverlo il più precocemente possibile.

Sono ammaliato.
Estasiato.
Non ho parole.
Quello che sembrava un danno praticamente irrisolvibile, ora è stato tamponato e corretto al meglio!

Rivelati buoni valori di PIC (pressione intracranica), i due supereroi si apprestano a chiudere riposizionando l'osso precedentemente asportato.

Non prima di aver dato un ultimo sguardo a quel cervello.
A quel cervello che l'ha vista brutta.
Che sa bene che la battaglia è stata vinta ma la guerra ancora richiede sforzi che richiederanno un notevole supporto farmacologico, ma ora guardiamo al momento.

Assaporo questa vittoria.
Sorrido perchè mi accorgo di avere la gola secca: per le circa 3 ore di durata dell'intervento, sono rimasto con la bocca aperta. Come si potrebbe fare altrimenti!

Sono tornato ormai da alcune ore, ma solo adesso sento in parte scemare quella che è una sensazione che, sono certo nell'affermare, non ho mai in alcun modo sperimentato: una concitata tensione incanalata verso un'adrenalinica sfida.
Devo ammetterlo: sono rimasto stupito.
Per paradigma, mi sono sempre riconosciuto in quel genere di persona che necessita di tempo (talvolta troppo) per meditare la scelta giusta, quello che 'aspetta un attimo, che ci penso ancora', quello che ' l'ansia è la mia nemesi, che ci vuoi fare?'...

Pur non partecipando in prima persona, ma sentendomi strettamente coinvolto nel contesto, ho avvertito come una nuova carica temprare il mio noioso carattere calcolatore: come se tutto ciò che non riguardasse l'emergenza venisse offuscato da una densa nebbiolina così da poter permettere una migliore focalizzazione sulla questione.

Una scoperta che ha messo a nudo una dimensione che, vi assicuro, non ero così sicuro ci sarebbe stata.
Certo, non ho fatto assolutamente niente e anzi, qualcuno potrà vederli come i vaneggiamenti di un pischello ebbro di adrenalina, tuttavia volevo condividerlo.

E' passato così tanto tempo da quando scrivevo che, dopo aver superato lo stordimento dell'evento, ho sentito il bisogno di scrivere.

Scrivere per rendermi conto che non era la banale trama di una puntata di un medical drama.
Scrivere per rivivere, forse un pò egoisticamente, quelle sensazioni.
Scrivere per ricordarmi che quello per cui sto lottando da 5 anni a questa parte, mi permetterà di entrare in un mondo che, seppur pieno di controversie, è altrettanto colmo di meraviglia.
Scrivere perchè la neurochirurgia è fighissima, e per ora, all'alba del mio sesto e ultimo anno, non ha trovato in me nessun possibile rivale nella lotta per definire quello che forse sarà.

Quindi, Sergione, ricordati: non spaventarti di scoprire nuove dimensioni del tuo essere; non allarmarti se non riconosci come tue delle reazioni a quello che può accadere all'improvviso, perchè potrebbero essere la traduzione del meglio di te.
Magari.
Forse.


In ogni caso, la prossima volta ricordati di chiudere la bocca che la gola brucia ancora!



giovedì 7 settembre 2017

Nessun uomo è un'isola, intero in sé stesso. (J.Donne)

Ieri sera, facendo un lento e noioso zapping per i canali mi sono imbattuto su una prima visione di cui avevo sentito parlare: Passengers, film del 2016 con C.Pratt e J.Lawrence.
Nel bel mezzo del loro sonno criogenico durante un viaggio interstellare dalla Terra a un nuovo pianeta, vengono svegliati con 90 anni di anticipo. Il film ruota attorno al loro disperato e ostinato tentativo di riparare le loro camere d'ibernazione per poter riprendere il sonno.
Non è un post spoilerante il film, quindi non voglio aggiungere altro se non che, secondo me, merita di essere visto.

Quindi?
Bè, il film ha funzionato da combustibile per la mia caotica industria di pensieri.


E' la figura interpretata da C.Pratt che mi ha fatto pensare a un Robinson Crusoe 2.0, versione millenial.
E da lì ho cominciato a pensare. Ad arrovellarmi su come, in realtà, la solitudine, ricercata spasmodicamente o subita involontariamente, sia patrimonio comune di tutti in maniera più o meno consapevole.

E' una morsa.
Stringe al punto giusto tale da non lasciare molto scampo.
Come le trappole più complesse, contiene però anche la chiave per poter essere resa innocua.
Ma che paura rimanere completamente soli.
E questa paura vale per chi invece la ricerca? Da cosa scappi per volerti isolare?


Mi sono informato: dall'archivio de Le Scienze (l'italiano Scientific American) ho scovato un articolo che descrive di uno studio che suggerisce la possibilità che la solitudine sia influenzata, in una sorta di circolo vizioso, da una ridotta risposta dello striato ventrale (componente sottocorticale atta alla regolazione del movimento e a diversi processi cognitivi sostenuti da stimoli associati alla ricompensa, ma anche stimoli da avversione, nuovi, inattesi o intensi) alla ricompensa sociale.La ricerca, diretta da John Cacioppo e Jean Decety, è la prima a usare la fMRI per studiare le connessioni fra isolamento sociale, percepito come solitudine, e attività cerebrale. Combinando le scansioni fMRI con dati relativi al comportamento sociale, i ricercatori hanno scoperto che lo striato ventrale è molto più attivo nei soggetti non isolati quando essi osservano immagini di persone in in una situazione piacevole. Per contro, la giunzione temporo-parietale, una regione associata all'assunzione del punto di vista di un altro, è molto meno attiva fra le persone isolate quando osservano persone in situazioni spiacevoli.
"Considerati i loro sentimenti di isolamento sociale, i soggetti soli possono essere portati a trovare una consolazione relativa in una ricompensa non sociale”, ha osservato John Cacioppo. Lo striato ventrale, una struttura centrale per l'apprendimento, è attivato da ricompense sia primarie, come il cibo, sia secondarie, come i soldi, ma anche da sentimenti di stima sociale e di amore.
Anche se è plausibile che la solitudine influenzi l'attività cerebrale, i ricercatori ipotizzano che l'attività dello striato ventrale possa a sua volta predisporre ai sentimenti di solitudine: "Lo studio suggerisce l'interessante possibilità che la solitudine possa derivare da una ridotta attività di ricompensa nello striato ventrale in risposta alla ricompensa sociale”, ha detto Decety


Nel dettaglio, ricercatori americani descrivono come l'isolamento sociale influisca sul comportamento delle persone, ma anche sul modo di funzionare dei loro cervelli (per l'articolo completo: Journal of Cognitive Neuroscience. )



Insomma, una condizione che il nostro cervello può riconoscere e parzialmente affrontare.
Ma ecco il dilemma, ben evidenziato anche dallo studio: da soli non si risolve.
L'essere soli è la pratica traduzione di una mancata ricompensa percepita, qualunque sia la sua natura.
Così come Pratt nel film che ricerca spasmodicamente la compagnia, così anche noi seguendo l'assunto aristotelico dell'uomo come animale sociale non facciamo altro che tentare di ricompensare lo striato ventrale dando vita alle relazioni sociali.

Talvolta però la pesantezza del nostro flusso di pensieri è foriero di inconscia necessità all'isolamento, nonostante isolarsi e stare da soli credo non si traduca con solitudine.
Ritengo di definire la solitudine come il sentimento provato di chi si senta socialmente isolato, quando c'è un mancato collegamento tra le relazioni sociali desiderate e le vere relazioni. Ed ecco la pratica dimostrazione di quanto afferma anche lo studio citato poc'anzi, riconoscendo bene cosa la solitudine può fare al nostro cervello
Ad esempio, può renderlo super attento alle possibili minacce e bravo ad auto-preservarsi. Sentirsi isolati può significare che hai bisogno di reinterpretare la visione delle tue interazioni sociali, Per esempio, se senti che un amico ti ha mancato di rispetto, chiedi a te stesso, prima di tutto, se sei stato ostile o in 'modalità isolamento' e se il tuo amico ha solo reagito al tuo comportamento. Perché credo sia necessario capire che potresti essere tu il responsabile di tutto questo.


Un mix non facile da sbrigliare, una matassa a dir poco intricata.
Ma allora, come trovare la spinta giusta per emergere?
Come trovare la chiave di volta per risolvere la spirale della solitudine che può intaccare ciascuno di noi, in un mondo che ti offre solo apparenti palliativi all'isolamento?


Non fraintendetemi, ma sono un'inguaribile romantico: credo ancora nel salvifico ruolo di una sana e profonda relazione.
Porsi nel mood ideale per ampliare sé stessi così da poter conoscere qualcuno che condivide i tuoi interessi, che si pone come te nell'affrontare la vita o che comunque ti fornisce una visione diversa ma adottabile, penso abbia un peso enorme.
Non troveremo su un piatto d'argento il mood giusto, ma dobbiamo ricercarlo con pazienza: ritengo però, che la semplice consapevolezza che non siamo vittime passive e che abbiamo un po' di controllo della situazione e che possiamo cambiare la nostra condizione cambiando i nostri pensieri, le nostre aspettative e i nostri comportamenti possa avere un effetto incredibile.

Un primo passo quindi porsi con il giusto approccio.
E poi?
Poi aspettarsi il meglio. Chiaro, è importante concedere agli altri il beneficio del dubbio, però più riusciamo a scoprire buone qualità in noi stessi, più riusciamo a vederle negli altri.

Generalmente, siamo soliti perderci nel moto lento e paranoico di un mondo immaginario in cui non esiste un unico punto di vista, non esiste la ragione o il torto, esistono le ragioni di ognuno, la vita di ognuno, che non si incontrano, non si capiscono, sono semplicemente differenti.

Così dal paradosso passiamo all’incomunicabilità, perché l’impossibilità di toccarsi e di vivere in una dimensione che non è la propria, rende gli uomini assolutamente muti e incapaci di comprendere le realtà differenti che li circondano e questo li spinge a un maggiore isolamento verso tutto e tutti.

Se traducessimo questo pensiero con un'immagine userei Relatività di Escher.




Nonostante il caos, in questo percorso visivo l'autore ci fa intravedere una speranza: una coppia che cammina abbracciata.

Quindi esiste la possibilità di ritrovarsi nella prospettiva, di muoversi sullo stesso pavimento, perché l’amore fa ritrovare le strade, è il punto d’incontro per un vista comune.

Diventa la modalità concreta per cercare di maturare insieme un modo convinto per raggiungere un risultato comune, che diventa il frutto significativo del processo di canalizzazione della propria identità con quella dell'altro. Credo nel necessario rapporto delle proprie intuizioni con un'altra persona, meglio se è quella di cui maggiormente ti fidi. E' forse quindi attraverso questo confronto che, le lacune lasciate vuote da un iniziale rapporto con una realtà che non ci soddisfa e da cui rifuggiamo, potranno essere colmate dal delizioso frutto di vicendevole scambio così da poter rompere i sigilli della tua camera di isolamento e godere così della vita.

giovedì 24 agosto 2017

In tutte le realtà naturali vi è qualcosa di meraviglioso (Aristotele)

Le ore dilazionate del periodo estivo ci danno la chance di gustare piccoli dettagli di cui prima non ne eravamo pienamente consapevoli..

http://www.ilsuperuovo.org/leclissi-solare-mondo-simbiosi/


Traduco questa meravigliosa verità con un video, trovato casualmente in rete che delinea le aspettative di un viaggio futuro

Scotia Simphonia

Enjoy it!

domenica 28 maggio 2017

Stream of consciousness [puntata 1]




Respira, respira, un respiro profondo.
C'è il rischio di affogare, calma.
Smettila di boccheggiare: ricordati di respirare.Alle porte di questa nuova sessione estiva non posso far altro che prendere un respiro.
Sono in momenti come questi che la tensione si fa così palpabile che rende necessaria una via d'uscita, una valvola di sfogo, e perché non rilasciando a cascata parole, apparentemente prive di un motivo?
Necessità, bisogno, esigenza.

Avendo passato molto tempo lontano da qui, mi è balenata in testa l'idea di intervallare sporadici interventi su neurofigaggini (colpa mia, avrei diverse cose da raccontare ma mai il tempo per organizzarli in un discorso lineare) a personali flussi di coscienza liberi, senza limiti né imposizioni ma solo per il gusto di farlo: presente James Joyce?
Ecco, uno sviluppo così, magari un pò più comprensibile.

Ok, ora non boccheggio più. Ho ripreso un buon ritmo eupnoico.
E via, il flusso parte: ansia, schemi, rigidi programmi, l'estate dalla finestra..ma tempo per pensare ne abbiamo?
Voglio dire, liberare qualsiasi blocco e gustarci l'intricato mondo della nostra mente, libera e vera, ci è concesso in un contesto di vita frenetico e senza via di scampo?
Sono convinto che ciascuno si debba impegnare per ritagliarsi ogni giorno una fettina di tempo e..pensare. Sì, pensare. Non lo facciamo. Ci preoccupa di più 'l'agire'. Ma tutto questo 'fare', confessiamolo, è il più delle volte un coacervo di azioni meccaniche, che proseguono nel loro moto per forza di inerzia, E invece dovremmo tutti recuperare un legittimo spazio per ragionare, riflettere, considerare, meditare, ponderare, rimuginare, scervellarci, speculare.
Gli antichi romani parlavano di otium, termine che oggi ha assunto un significato negativo, di cui allora comprendevano il valore. Bertrand Russel, il famoso filosofo inglese, scrisse persino una raccolta di saggi, Elogio dell'ozio, e ancora A. Einstein affermò che l'immaginazione è più importante della conoscenza.
Un pò di tempo per noi quindi? Giusto per liberarci dalla rigidità che spesso limita le nostre vite?
Io lo farei, o almeno voglio provarci.

Bene, ho finito.
Respiro..
Buonanotte.






sabato 24 dicembre 2016

Primum non nocere (Ippocrate)

Dopo un lunghissimo periodo di pausa, causa esperienze di tirocinio e esami da preparare, eccomi qua ad aprire un nuovo capitolo di questo 'blog' che tratterà di libri che risultano essere collegati con la medicina nei modi più disparati e che mi hanno lasciato un'impronta tutt'altro che leggera.

In questo magico giorno che precede il Natale, non posso non pensare a un libro che starebbe ad hoc sotto l'albero di un neurofanatico come me. Si tratta di Primo non nuocere di Henry Marsh.Edito nel gennaio 2016, racconta con vividi particolari e profonde riflessioni l'esperienza di vita del dottor Marsh, primario di neurochirurgia di un ospedale di Londra.
Ogni capitolo del libro rappresenta un caso, che il dott. Marsh racconta in prima persona spiegandoci, spesso in modo molto dettagliato, gli interventi ma soffermandosi anche sul lato umano, sulle sue paure, sui suoi dubbi, sulla necessità di prendere a volte decisioni terribili, operare oppure no, sull'incapacità di staccarsi dai suoi casi tanto da far andare a monte il proprio matrimonio.


Cosa significa essere un neurochirurgo?
Come ci si sente ad avere in mano le sorti di una persona, mentre ci si apre un varco tra la materia grigia che ne genera i pensieri, i sentimenti e le emozioni? 
E, se qualcosa va storto, come si convive con le conseguenze? 

È ciò che scopriremo attraverso le pagine di questo libro, la confessione sincera e intensa di un famoso neurochirurgo inglese che, alla luce dell’esperienza quarantennale, rievoca le vittorie nelle battaglie combattute al fianco dei pazienti, ma anche le inevitabili sconfitte, gli errori e i fallimenti. 
Primo non nuocere è la narrazione di una professione eroica, chiamata a confrontarsi ogni giorno con i momenti di maggiore fragilità dell’essere umano, a prendere decisioni cruciali che, in un modo o nell’altro, cambieranno il destino dei pazienti, ma anche del medico stesso che porterà sempre con sé le storie di gioia o di dolore delle persone che hanno confidato all’abilità delle sue mani e alla generosità del suo cuore le loro vite in pericolo.


Chi, come me, è affascinato da questi argomenti non potrà rimanere indifferente a questa lettura; chi invece è ipocondriaco oppure si impressiona facilmente pensando ad operazioni  forse è meglio che giri al largo da questo libro.
Il fascino di questo libro trascende la descrizione dettagliata di ogni singolo intervento in quanto l'autore si sofferma più e più volte sul risvolto umano della sua professione. 
Da studente di medicina, da vivido appassionato delle neuroscienze e da amante della vita non posso che consigliare questo libro proprio per la sua completezza: se avessi io un maestro così sarebbe unico; ma anche solo avere avuto il privilegio di ammirare in prima persona le gesta di un eroe del suo calibro, non ha paragone.
E per dirla tutta, ha gettato in me il seme la possibilità di perseguire la strada di una professione entusiasmante, elettrizzante e tuttavia mai scevra di rischi e difficile scelte.


Allego qui un link su un documentario riguardo la vita e l'esperienza dell Dott.Marsh 

martedì 16 agosto 2016

Coloro che vivono d’amore vivono d’eterno. (E.Verhaeren)

Quando nasce un'amore vorremmo che durasse in eterno.
Poi, con il tempo, spesso c'è chi si rassegna all'idea che la passione debba cedere il posto a una relazione più tranquilla, dove lo spirito cameratesco si fonde con una complice tenerezza; sempre che non si tratti della velata constatazione di una crisi che può condurre alla rovina.
Forse però, questa visione dell'amore non è la migliore.
Io sono fermamente convinto che la possibilità di creare un legame stabile e duraturo possa sussistere concretamente, alla faccia di un mondo che ci impone la vuota necessità dell'essere funzionale, rapido e non perditempo.
E cercherò di convincervi che amare davvero, è ancora possibile!



Partiamo da una domanda: quale è il genere di amore in grado di garantire una felice sicurezza nel futuro?
Banale, ma forse chiara potrebbe essere la definizione data da una psicologa americana, B.Frederickson, che lo tratteggia con le tinte di un'emozione suprema, un sentimento indispensabile e ricco di benefici che si può coltivare grazie a particolari pensieri, gesti o sensazioni concepiti nel nostro intimo.
Ma quale amore è così vasto?
Anche per i filosofi antichi, il quesito non aveva facile risposta. Loro infatti distinguevano tre forme: Eros, l'amore passionale e possessivo destinato a spegnersi, Philia, l'amore che vuole la felicità dell'altro e non solo la propria ampliato anche alle relazioni genitori-figli e Agape, l'amore altruista in grado di amare senza possesso nè limiti.
Ed è forse proprio quest'ultima definizione, tanto vaga quanto decisa, che è forse quella che più si riallaccia all'emozione suprema. Non a caso si tratta della forma di amore più difficile, la più lontana dalle nostre abitudini e dai nostri automatismi: di solito infatti siamo portati a conoscere gli altri per poterli amare quando invece dovremmo mostrarci anche capaci di amare per conoscere.
Questa realtà può tradursi quasi in una considerazione del rapporto amoroso quasi come una forma di risonanza positiva tra i due individui, mi spiego meglio. E' necessario essere realisti: l'amore è un'emozione e in quanto tale e effimero e labile. Credo però che l'amore che dovremmo perseguire si definisca passo passo attraverso la possibilità del rinnovamento, come se la ciclica e mai annoiata ripetizione di micromomenti di amore possano nutrire la relazione, arricchirla, consolidarla, renderla piacevole da vivere. Riattivare e rinnovare (perchè no, anche per tutta la vita) queste dimensioni, credo garantisca la durevolezza dell'amore.
Sono addirittura stati fatti diversi studi di psicologia che dimostrano come coppie felici e ben assortite svolgono molte attività in comune, condividendone le emozioni piacevoli e permettendo in questo modo di stimolare il nostro sistema della ricompensa: gruppi di neuroni adibiti al senso del piacere e che spingono alla ricerca di novità e che sono perciò in grado di produrre un sentimento d'amore capace di durare decenni.
Ma cosa succede di preciso tra chi condivide momenti del genere?
Lungi da me la volontà di rendere fredda e asettica una tematica così calda e spensierata con una descrizione scientifica, credo che definire l'anatomia funzionale dei circuiti preposti alla realizzazione di questo mistero sottolinei ancora una volta come il nostro cervello sia un qualcosa di meraviglioso.
Lobo dell'insula
Le interazioni positive fra due persone provocano una risonanza nei loro cervelli tradotti in segni di sincronia elettrica a livello dell'insula (area adibita alle emozioni e alla consapevolezza corporea).Durante uno studio condotto al Max Plank di Lipsia, sono state riconosciute le aree cerebrali che si attivano proprio in questo contesto: striato ventrale e corteccia orbitofrontale mediana. Ciò dimostra che più c'è ascolto e complicità (più amore insomma) più i cervelli sono sincronizzati!
Questa costruzione di un legame positivo è considerata da alcuni studiosi come un unico atto compiuto da due cervelli.
Ma come favorire questi momenti di complicità risonante?
Ritengo che la prima regola fondamentale sia gentilezza e altruismo, il partner è una lei/lui di cui ci dobbiamo prendere cura, di cui dobbiamo preoccuparci in un generale andamento di condivisione e generosità: consacrare tempo ai momenti vissuti insieme, ascoltarsi reciprocamente, vedersi, amarsi. Cruciale è anche condividere emozioni positive: ridere insieme, fare scoperte interessanti e inaspettate, sono certo garantiscano la durata dell'amore.
Per cui, se i micromomenti di amore sono favoriti da queste strategie d'approccio, può essere un bene prepararsi a accogliere al meglio questi momenti.
Fondamentali sono le intenzioni: essere cioè convinti che l'amore sia un valore essenziale nella nostra esistenza. Un valore è un obiettivo investito di senso, che consideriamo gratificante e prioritario, indipendentemente che questo vada controcorrente. La società contemporanea infatti tende a perseguire valori materiali, potere, status e successo, che non riescono mai a garantire uno stato di felicità duraturo. Ribelliamoci così a questa fredda e indefinita esistenza e imponiamo con coraggio nelle nostre vite la voglia di credere in un amore che duri, nonostante tutto e tutti.
Attenzione però ai modi con cui cerchiamo di perseguire suddetto obiettivo: amare una persona non deve ridursi a renderla il pavimento sotto i nostri piedi o la chiave di volta che regge l’arco, amare non è una necessità, amare è una volontà.
Garantire la durevolezza di una relazione, basandola su false e cedevoli fondamenta è un rischio da non correre: amare una persona perché se ne ha bisogno è l’atto più egoista che una persona possa permettersi di compiere, e con l'egoismo non si può garantire vita alla vita.
Amare perché si ha voglia di farlo, al contrario, è l’atto libero che trasforma una relazione in una scelta.
Poter scegliere è forse il più grande dei doni da fare sopratutto alla persona amata. Se già scegliere è forse una delle possibilità più belle che la vita può offrire, essere scelti da qualcuno è la cosa più tremendamente bella che si possa ricevere, la cosa più grande che ti possa capitare.
L’amore non è il pezzo che completa il puzzle, ma è il puzzle che si decide di costruire con l'aiuto di due menti.
L’amore non è l’acqua per l’assetato, ma è il drink che decido di bere perché mi piace il suo sapore.
L’amore non è la fiamma che si accende, ma è il fuoco che decido di far divampare.




Coldplay Up & Up


We’re gonna get it, get it together
I know, we’re gonna get it, get it together and float
We’re gonna get it, get it together and go
Up, and up, and up


martedì 8 dicembre 2015

La musica, armonia dell'anima. (A.Baricco)

Chi di noi non ha mai sperimentato nella musica un alleato insostituibile da adottare in momenti critici delle proprie giornate? Perchè si concretizza sempre più frequentemente questa spasmodica ricerca della musica anche nei momenti meno opportuni o semplicemente quando si hanno due minuti di tempo libero?
Non credo sia un mero desiderio di estraniamento socioambientale, sono invece convinto dell'effetto edificante e non secondario che le sonorità più disparate hanno nei confronti del cervello oltre che per i ben noti effetti a livello organico come l'influenza sul battito cardiaco, la pressione sanguigna, la respirazione (maggiore quantità di O2 disponibile per i vari distretti corporei) il livello di alcuni ormoni, in particolare quello dello stress, e le endorfine.

Il tutto a evidenziare in modo inequivocabile che la musica è una dimensione totale che si concreta attraverso le metodologie più disparate; ma concentriamoci sugli effetti a livello cerebrale.
Da tempo ormai si conoscono i cosiddetti effetti psicologici, direttamente associati alle peculiari qualità del suono:
  • Altezza: un suono acuto genera una maggior tensione nell'ascoltatore, viceversa un suono meno acuto comporta minor tensione.
  • Intensità: un suono più forte ha un effetto energizzante, più debole rilassante.
  • Timbro (legge di Young): con braccio rilasciato e dita ricurve si produce un suono in cui prevalgono gli armonici consonanti, suono che l'ascoltatore avverte come pieno, rotondo, ricco; viceversa, tenendo il braccio rigido e le dita tese si produce un suono in cui prevalgono gli armonici dissonanti, suono che l'ascoltatore interpreta come povero, rigido, spigoloso.
  • Ritmo: regolare ha un effetto stabilizzante; irregolare (durate varie) destabilizzante.
  • Tempo di esecuzione: veloce ha effetto eccitatorio, moderato comporta un'atmosfera serena.
  • Melodia: costruita su gradi congiunti provoca vissuti piacevoli, viceversa provoca disagio.
  • Armonia: consonante si ha un senso di stabilità, di calma, di conclusione; dissonante inquietudine, tensione, di aspettativa.
Realtà ben note da tempo, cerchiamo allora di scoprire le novità in questo neurosettore in sempre più rapida crescita e che coinvolge sistematicamente anche la nostra visione di percezione sensoriale cognitiva dell'evento stesso. 
erRe
Tratto da http://www.my-personaltrainer.it/salute/musica-benefici.html

Tratto da http://www.my-personaltrainer.it/salute/musica-benefici.html

Recenti studi (Valorie N. Salimpoor e colleghi del Montreal Neurological Institute della McGill University nell'aprile 2013) hanno dimostrato che sottoponendo musica ignota ad alcuni volontari, la fRMI evidenziava sistematicamente l'attivazione funzionale del nucleus accumbens, agglomerato cellulare che assume un ruolo di primo piano nella via serotoninergica del sistema reticolare attivante atto a indurre gratificazione.
Il coinvolgimento del nucleus accumbens conferma recenti indicazioni del fatto che l'effetto emotivo della musica attiverebbe meccanismi di aspettativa e di anticipazione di uno stimolo desiderabile, mediati dal neurotrasmettitore dopamina: quando si tratta di un brano già familiare, il meccanismo dell’aspettativa sarebbe evocato dall'anticipazione mentale dei passaggi più godibili. Nella ricerca di Salimpoor e colleghi, tuttavia, la musica non era conosciuta, ma la risonanza magnetica funzionale ha mostrato che le aree attivate e la mediazione dopaminergica erano le stesse dei brani già noti. La causa, secondo i ricercatori, è una “conoscenza implicita” della musica, ottenuta nel corso degli anni interiorizzando la struttura della musica caratteristica di una certa cultura.
La musica assume così un ruolo totalizzante nella dimensione di gratificazione pacifica dell'essere, e altre ricerche spingono su questo fronte evidenziando come il nostro cervello sia fisicamente cablato sul ritmo musicale. Infatti, quando ascoltiamo una musica, le oscillazioni dell''attività elettrica del cervello si sincronizzano con il suo ritmo e l'esperienza musicale sembra rendere questa coordinazione più precisa anche nel caso di ritmi lenti. La scoperta è di due ricercatori della New York University, in collaborazione con il Max Plank Institute di Francoforte.
Che il ritmo dell'attività cerebrale potesse sincronizzarsi su stimoli esterni era già noto, per esempio alcune oscillazioni sembrano coordinarsi con il linguaggio ascoltato per garantire un saldo aiuto al cervello per trasformare un flusso continuo di suono in una sequenza di elementi distinti, propri del linguaggio, permettendo di comprendere quello che ascoltiamo. Anche nel caso della musica la modulazione dell'attività della corteccia cerebrale sul ritmo musicale sembra legata alla capacità di percepire i brani musicali: una maggiore coordinazione tra ritmo cerebrale e musicale è associata al migliore riconoscimento delle note in alcuni esperimentio condotti su non musicisti. Quando hanno ripetuto il test su musicisti, i ricercatori hanno osservato che la maggior esperienza e familiarità con la musica sembra accentuare la sincronizzazione delle oscillazioni con i brani ascoltati garantendo anche effetti psicologici non secondari.
Una capacità innata di amare la muscia e un cablaggio fisico delle rete neuronali sulle note di un qualsiasi pezzo musicale sia esso Hello di Adele o Sultan of swing dei Dire Straits: è forse questa la base ontologica del piacere musicale?
La valutazine che viene fatta della musica non può tuttavia ridursi a un semplice esperimento, anche certi pensatori illustri ci possono dire la loro per permetterci di avere un quadro molto più ampio per poter considerare la musica una dimensione assolutamente insostituibile nella quotidianità della nostra vita.
Platone in primis.
Dalle opere di Platone risulta chiara la sua idea di un legame stretto tra filosofia e musica. Nel “Fedro”, ad esempio, il musicista e il filosofo sono accostati in virtù della somiglianza delle loro anime. Nel “Fedone”, Platone parla della filosofia come di “musica suprema”. Nella “Repubblica”, infine, si allude ai continui sforzi compiuti dall’uomo per salvaguardare “l’armonia interiore”. Nella “Repubblica”, Platone dice che l’uomo incolto è colui che non è stato iniziato né alla musica né alla filosofia, e che perciò disprezza sia i discorsi sia l’arte dei suoni. Inoltre, parlando della storia greca, il filosofo sostiene che l’antica saggezza dei greci si è sempre interessata alla musica, forse perché essi credevano che gli Dei stessi fossero abili musicisti. Comunque un significato più concreto dato alla pratica musicale accomuna molte proprietà, come l’arte, l’intelligenza, la tecnica, il mestiere. In poche parole per Platone la musica non è solo estetica, ma è anche istruttiva e formativa.
Se però le parole di Platone possono risultare essere didattiche e quasi distaccate dal profondo significato che possiamo attribuire al valore della composizione musicale, permettetimi di concludere con il pensiero di A.Schopenhauer. Nonostante venga riconosciuto come uno dei filosofi più 'tristi' della storia, Schopenhauer è rimasto così abbagliato dal valore della musica che ne ha esaltato le virtù più deliziose: 'la musica oltrepassa le idee, è del tutto indipendente anche dal mondo fenomenico, semplicemente lo ignora, e in un certo modo potrebbe continuare ad esistere anche se il mondo non esistesse piú: cosa che non si può dire delle altre arti.'  (Il mondo come volontà e rappresentazione).
Per cui, oltre alla dimostrazione neurofisica del valore della musica, lasciamoci cullare dalle note che rendono la nostra anima serena perchè la musica e’ l’unica arte che va oltre la materia, l′unica che può esistere anche senza il mondo. E’ molto profonda, perché’ non esprime semplicemente un’idea, ma e’ l’essenza stessa del pensiero e dell’esistenza.