Respira, respira, un respiro profondo. C'è il rischio di affogare, calma. Smettila di boccheggiare: ricordati di respirare.Alle porte di questa nuova sessione estiva non posso far altro che prendere un respiro. Sono in momenti come questi che la tensione si fa così palpabile che rende necessaria una via d'uscita, una valvola di sfogo, e perché non rilasciando a cascata parole, apparentemente prive di un motivo? Necessità, bisogno, esigenza.
Avendo passato molto tempo lontano da qui, mi è balenata in testa l'idea di intervallare sporadici interventi su neurofigaggini (colpa mia, avrei diverse cose da raccontare ma mai il tempo per organizzarli in un discorso lineare) a personali flussi di coscienza liberi, senza limiti né imposizioni ma solo per il gusto di farlo: presente James Joyce? Ecco, uno sviluppo così, magari un pò più comprensibile.
Ok, ora non boccheggio più. Ho ripreso un buon ritmo eupnoico. E via, il flusso parte: ansia, schemi, rigidi programmi, l'estate dalla finestra..ma tempo per pensare ne abbiamo? Voglio dire, liberare qualsiasi blocco e gustarci l'intricato mondo della nostra mente, libera e vera, ci è concesso in un contesto di vita frenetico e senza via di scampo?
Sono convinto che ciascuno si debba impegnare per ritagliarsi ogni giorno una fettina di tempo e..pensare. Sì, pensare. Non lo facciamo. Ci preoccupa di più 'l'agire'. Ma tutto questo 'fare', confessiamolo, è il più delle volte un coacervo di azioni meccaniche, che proseguono nel loro moto per forza di inerzia, E invece dovremmo tutti recuperare un legittimo spazio per ragionare, riflettere, considerare, meditare, ponderare, rimuginare, scervellarci, speculare. Gli antichi romani parlavano di otium, termine che oggi ha assunto un significato negativo, di cui allora comprendevano il valore. Bertrand Russel, il famoso filosofo inglese, scrisse persino una raccolta di saggi, Elogio dell'ozio, e ancora A. Einstein affermò che l'immaginazione è più importante della conoscenza. Un pò di tempo per noi quindi? Giusto per liberarci dalla rigidità che spesso limita le nostre vite? Io lo farei, o almeno voglio provarci.
Dopo un lunghissimo periodo di pausa, causa esperienze di tirocinio e esami da preparare, eccomi qua ad aprire un nuovo capitolo di questo 'blog' che tratterà di libri che risultano essere collegati con la medicina nei modi più disparati e che mi hanno lasciato un'impronta tutt'altro che leggera. In questo magico giorno che precede il Natale, non posso non pensare a un libro che starebbe ad hoc sotto l'albero di un neurofanatico come me. Si tratta di Primo non nuocere di Henry Marsh.Edito nel gennaio 2016, racconta con vividi particolari e profonde riflessioni l'esperienza di vita del dottor Marsh, primario di neurochirurgia di un ospedale di Londra.
Ogni capitolo del libro rappresenta un caso, che il dott. Marsh racconta in prima persona spiegandoci, spesso in modo molto dettagliato, gli interventi ma soffermandosi anche sul lato umano, sulle sue paure, sui suoi dubbi, sulla necessità di prendere a volte decisioni terribili, operare oppure no, sull'incapacità di staccarsi dai suoi casi tanto da far andare a monte il proprio matrimonio.
Cosa significa essere un neurochirurgo? Come ci si sente ad avere in mano le sorti di una persona, mentre ci si apre un varco tra la materia grigia che ne genera i pensieri, i sentimenti e le emozioni? E, se qualcosa va storto, come si convive con le conseguenze? È ciò che scopriremo attraverso le pagine di questo libro, la confessione sincera e intensa di un famoso neurochirurgo inglese che, alla luce dell’esperienza quarantennale, rievoca le vittorie nelle battaglie combattute al fianco dei pazienti, ma anche le inevitabili sconfitte, gli errori e i fallimenti. Primo non nuocere è la narrazione di una professione eroica, chiamata a confrontarsi ogni giorno con i momenti di maggiore fragilità dell’essere umano, a prendere decisioni cruciali che, in un modo o nell’altro, cambieranno il destino dei pazienti, ma anche del medico stesso che porterà sempre con sé le storie di gioia o di dolore delle persone che hanno confidato all’abilità delle sue mani e alla generosità del suo cuore le loro vite in pericolo.
Chi, come me, è affascinato da questi argomenti non potrà rimanere indifferente a questa lettura; chi invece è ipocondriaco oppure si impressiona facilmente pensando ad operazioni forse è meglio che giri al largo da questo libro.
Il fascino di questo libro trascende la descrizione dettagliata di ogni singolo intervento in quanto l'autore si sofferma più e più volte sul risvolto umano della sua professione.
Da studente di medicina, da vivido appassionato delle neuroscienze e da amante della vita non posso che consigliare questo libro proprio per la sua completezza: se avessi io un maestro così sarebbe unico; ma anche solo avere avuto il privilegio di ammirare in prima persona le gesta di un eroe del suo calibro, non ha paragone.
E per dirla tutta, ha gettato in me il seme la possibilità di perseguire la strada di una professione entusiasmante, elettrizzante e tuttavia mai scevra di rischi e difficile scelte.
Allego qui un link su un documentario riguardo la vita e l'esperienza dell Dott.Marsh
Quando nasce un'amore vorremmo che durasse in eterno.
Poi, con il tempo, spesso c'è chi si rassegna all'idea che la passione debba cedere il posto a una relazione più tranquilla, dove lo spirito cameratesco si fonde con una complice tenerezza; sempre che non si tratti della velata constatazione di una crisi che può condurre alla rovina.
Forse però, questa visione dell'amore non è la migliore.
Io sono fermamente convinto che la possibilità di creare un legame stabile e duraturo possa sussistere concretamente, alla faccia di un mondo che ci impone la vuota necessità dell'essere funzionale, rapido e non perditempo.
E cercherò di convincervi che amare davvero, è ancora possibile!
Partiamo da una domanda: quale è il genere di amore in grado di garantire una felice sicurezza nel futuro?
Banale, ma forse chiara potrebbe essere la definizione data da una psicologa americana, B.Frederickson, che lo tratteggia con le tinte di un'emozione suprema, un sentimento indispensabile e ricco di benefici che si può coltivare grazie a particolari pensieri, gesti o sensazioni concepiti nel nostro intimo.
Ma quale amore è così vasto?
Anche per i filosofi antichi, il quesito non aveva facile risposta. Loro infatti distinguevano tre forme: Eros, l'amore passionale e possessivo destinato a spegnersi, Philia, l'amore che vuole la felicità dell'altro e non solo la propria ampliato anche alle relazioni genitori-figli e Agape, l'amore altruista in grado di amare senza possesso nè limiti.
Ed è forse proprio quest'ultima definizione, tanto vaga quanto decisa, che è forse quella che più si riallaccia all'emozione suprema. Non a caso si tratta della forma di amore più difficile, la più lontana dalle nostre abitudini e dai nostri automatismi: di solito infatti siamo portati a conoscere gli altri per poterli amare quando invece dovremmo mostrarci anche capaci di amare per conoscere.
Questa realtà può tradursi quasi in una considerazione del rapporto amoroso quasi come una forma di risonanza positiva tra i due individui, mi spiego meglio. E' necessario essere realisti: l'amore è un'emozione e in quanto tale e effimero e labile. Credo però che l'amore che dovremmo perseguire si definisca passo passo attraverso la possibilità del rinnovamento, come se la ciclica e mai annoiata ripetizione di micromomenti di amore possano nutrire la relazione, arricchirla, consolidarla, renderla piacevole da vivere. Riattivare e rinnovare (perchè no, anche per tutta la vita) queste dimensioni, credo garantisca la durevolezza dell'amore.
Sono addirittura stati fatti diversi studi di psicologia che dimostrano come coppie felici e ben assortite svolgono molte attività in comune, condividendone le emozioni piacevoli e permettendo in questo modo di stimolare il nostro sistema della ricompensa: gruppi di neuroni adibiti al senso del piacere e che spingono alla ricerca di novità e che sono perciò in grado di produrre un sentimento d'amore capace di durare decenni.
Ma cosa succede di preciso tra chi condivide momenti del genere?
Lungi da me la volontà di rendere fredda e asettica una tematica così calda e spensierata con una descrizione scientifica, credo che definire l'anatomia funzionale dei circuiti preposti alla realizzazione di questo mistero sottolinei ancora una volta come il nostro cervello sia un qualcosa di meraviglioso.
Lobo dell'insula
Le interazioni positive fra due persone provocano una risonanza nei loro cervelli tradotti in segni di sincronia elettrica a livello dell'insula (area adibita alle emozioni e alla consapevolezza corporea).Durante uno studio condotto al Max Plank di Lipsia, sono state riconosciute le aree cerebrali che si attivano proprio in questo contesto: striato ventrale e corteccia orbitofrontale mediana. Ciò dimostra che più c'è ascolto e complicità (più amore insomma) più i cervelli sono sincronizzati!
Questa costruzione di un legame positivo è considerata da alcuni studiosi come un unico atto compiuto da due cervelli.
Ma come favorire questi momenti di complicità risonante?
Ritengo che la prima regola fondamentale sia gentilezza e altruismo, il partner è una lei/lui di cui ci dobbiamo prendere cura, di cui dobbiamo preoccuparci in un generale andamento di condivisione e generosità: consacrare tempo ai momenti vissuti insieme, ascoltarsi reciprocamente, vedersi, amarsi. Cruciale è anche condividere emozioni positive: ridere insieme, fare scoperte interessanti e inaspettate, sono certo garantiscano la durata dell'amore.
Per cui, se i micromomenti di amore sono favoriti da queste strategie d'approccio, può essere un bene prepararsi a accogliere al meglio questi momenti.
Fondamentali sono le intenzioni: essere cioè convinti che l'amore sia un valore essenziale nella nostra esistenza. Un valore è un obiettivo investito di senso, che consideriamo gratificante e prioritario, indipendentemente che questo vada controcorrente. La società contemporanea infatti tende a perseguire valori materiali, potere, status e successo, che non riescono mai a garantire uno stato di felicità duraturo. Ribelliamoci così a questa fredda e indefinita esistenza e imponiamo con coraggio nelle nostre vite la voglia di credere in un amore che duri, nonostante tutto e tutti. Attenzione però ai modi con cui cerchiamo di perseguire suddetto obiettivo: amare una persona non deve ridursi a renderla il pavimento sotto i nostri
piedi o la chiave di volta che regge l’arco, amare non è una necessità,
amare è una volontà.
Garantire la durevolezza di una relazione, basandola su false e cedevoli fondamenta è un rischio da non correre: amare una persona perché se ne ha bisogno è l’atto più egoista che
una persona possa permettersi di compiere, e con l'egoismo non si può garantire vita alla vita.
Amare perché si ha voglia di farlo, al contrario, è l’atto libero che trasforma una relazione in una scelta.
Poter scegliere è forse il più grande dei doni da fare sopratutto alla persona amata. Se già scegliere è forse una delle
possibilità più belle che la vita può offrire, essere scelti da qualcuno
è la cosa più tremendamente bella che si possa ricevere, la cosa più
grande che ti possa capitare.
L’amore non è il pezzo che
completa il puzzle, ma è il puzzle che si decide di costruire con l'aiuto di due menti.
L’amore
non è l’acqua per l’assetato, ma è il drink che decido di bere perché mi
piace il suo sapore.
L’amore non è la fiamma che si accende, ma è il
fuoco che decido di far divampare.
We’re gonna get it, get it together
I know, we’re gonna get it, get it together and float
We’re gonna get it, get it together and go
Up, and up, and up
Chi di noi non ha mai sperimentato nella musica un alleato insostituibile da adottare in momenti critici delle proprie giornate? Perchè si concretizza sempre più frequentemente questa spasmodica ricerca della musica anche nei momenti meno opportuni o semplicemente quando si hanno due minuti di tempo libero?
Non credo sia un mero desiderio di estraniamento socioambientale, sono invece convinto dell'effetto edificante e non secondario che le sonorità più disparate hanno nei confronti del cervello oltre che per i ben noti effetti a livello organico come l'influenza sul battito cardiaco, la pressione sanguigna, la respirazione (maggiore quantità di O2 disponibile per i vari distretti corporei) il livello di alcuni ormoni, in particolare quello dello stress, e le endorfine.
Il tutto a evidenziare in modo inequivocabile che la musica è una dimensione totale che si concreta attraverso le metodologie più disparate; ma concentriamoci sugli effetti a livello cerebrale. Da tempo ormai si conoscono i cosiddetti effetti psicologici, direttamente associati alle peculiari qualità del suono:
Altezza: un suono acuto genera una maggior tensione nell'ascoltatore, viceversa un suono meno acuto comporta minor tensione.
Intensità: un suono più forte ha un effetto energizzante, più debole rilassante.
Timbro (legge di Young): con braccio rilasciato
e dita ricurve si produce un suono in cui prevalgono gli armonici
consonanti, suono che l'ascoltatore avverte come pieno, rotondo, ricco;
viceversa, tenendo il braccio rigido e le dita tese si produce un
suono in cui prevalgono gli armonici dissonanti, suono che
l'ascoltatore interpreta come povero, rigido, spigoloso.
Ritmo: regolare ha un effetto stabilizzante; irregolare (durate varie) destabilizzante.
Tempo di esecuzione: veloce ha effetto eccitatorio, moderato comporta un'atmosfera serena.
Armonia: consonante si ha un senso di stabilità, di calma, di conclusione; dissonante inquietudine, tensione, di aspettativa.
Realtà ben note da tempo, cerchiamo allora di scoprire le novità in questo neurosettore in sempre più rapida crescita e che coinvolge sistematicamente anche la nostra visione di percezione sensoriale cognitiva dell'evento stesso. erRe
Tratto da http://www.my-personaltrainer.it/salute/musica-benefici.html
Tratto da http://www.my-personaltrainer.it/salute/musica-benefici.html
Recenti studi (Valorie N. Salimpoor e colleghi del Montreal Neurological Institute della McGill University nell'aprile 2013) hanno dimostrato che sottoponendo musica ignota ad alcuni volontari, la fRMI evidenziava sistematicamente l'attivazione funzionale del nucleus accumbens, agglomerato cellulare che assume un ruolo di primo piano nella via serotoninergica del sistema reticolare attivante atto a indurre gratificazione.
Il coinvolgimento del nucleus accumbens conferma recenti indicazioni del
fatto che l'effetto emotivo della musica attiverebbe meccanismi di
aspettativa e di anticipazione di uno stimolo desiderabile, mediati dal
neurotrasmettitore dopamina: quando si tratta di un brano già
familiare, il meccanismo dell’aspettativa sarebbe evocato
dall'anticipazione mentale dei passaggi più godibili. Nella ricerca di
Salimpoor e colleghi, tuttavia, la musica non era conosciuta, ma la
risonanza magnetica funzionale ha mostrato che le aree attivate e la
mediazione dopaminergica erano le stesse dei brani già noti. La causa,
secondo i ricercatori, è una “conoscenza implicita” della musica,
ottenuta nel corso degli anni interiorizzando la struttura della musica
caratteristica di una certa cultura.
La musica assume così un ruolo totalizzante nella dimensione di gratificazione pacifica dell'essere, e altre ricerche spingono su questo fronte evidenziando come il nostro cervello sia fisicamente cablato sul ritmo musicale. Infatti, quando ascoltiamo una musica, le oscillazioni dell''attività elettrica del cervello si sincronizzano con il suo ritmo e l'esperienza musicale sembra rendere questa coordinazione più precisa anche nel caso di ritmi lenti. La scoperta è di due ricercatori della New York University, in collaborazione con il Max Plank Institute di Francoforte.
Che il ritmo dell'attività cerebrale potesse sincronizzarsi su stimoli esterni era già noto, per esempio alcune oscillazioni sembrano coordinarsi con il linguaggio ascoltato per garantire un saldo aiuto al cervello per trasformare un flusso continuo di suono in una sequenza di elementi distinti, propri del linguaggio, permettendo di comprendere quello che ascoltiamo. Anche nel caso della musica la modulazione dell'attività della corteccia cerebrale sul ritmo musicale sembra legata alla capacità di percepire i brani musicali: una maggiore coordinazione tra ritmo cerebrale e musicale è associata al migliore riconoscimento delle note in alcuni esperimentio condotti su non musicisti. Quando hanno ripetuto il test su musicisti, i ricercatori hanno osservato che la maggior esperienza e familiarità con la musica sembra accentuare la sincronizzazione delle oscillazioni con i brani ascoltati garantendo anche effetti psicologici non secondari. Una capacità innata di amare la muscia e un cablaggio fisico delle rete neuronali sulle note di un qualsiasi pezzo musicale sia esso Hello di Adele o Sultan of swing dei Dire Straits: è forse questa la base ontologica del piacere musicale?
La valutazine che viene fatta della musica non può tuttavia ridursi a un semplice esperimento, anche certi pensatori illustri ci possono dire la loro per permetterci di avere un quadro molto più ampio per poter considerare la musica una dimensione assolutamente insostituibile nella quotidianità della nostra vita.
Platone in primis.
Dalle opere di Platone risulta chiara la sua idea di un legame stretto
tra filosofia e musica. Nel “Fedro”, ad esempio, il musicista e il filosofo
sono accostati in virtù della somiglianza delle loro anime. Nel “Fedone”,
Platone parla della filosofia come di “musica suprema”. Nella “Repubblica”,
infine, si allude ai continui sforzi compiuti dall’uomo per salvaguardare
“l’armonia interiore”. Nella
“Repubblica”, Platone dice che l’uomo incolto è colui che non è stato iniziato
né alla musica né alla filosofia, e che perciò disprezza sia i discorsi sia
l’arte dei suoni. Inoltre, parlando della storia greca, il filosofo sostiene
che l’antica saggezza dei greci si è sempre interessata alla musica, forse
perché essi credevano che gli Dei stessi fossero abili musicisti. Comunque un
significato più concreto dato alla pratica musicale accomuna molte proprietà,
come l’arte, l’intelligenza, la tecnica, il mestiere. In poche parole per
Platone la musica non è solo estetica, ma è anche istruttiva e formativa.
Se però le parole di Platone possono risultare essere didattiche e quasi distaccate dal profondo significato che possiamo attribuire al valore della composizione musicale, permettetimi di concludere con il pensiero di A.Schopenhauer. Nonostante venga riconosciuto come uno dei filosofi più 'tristi' della storia, Schopenhauer è rimasto così abbagliato dal valore della musica che ne ha esaltato le virtù più deliziose: 'la musica oltrepassa le idee, è del tutto indipendente anche dal mondo fenomenico,
semplicemente lo ignora, e in un certo modo potrebbe continuare ad esistere
anche se il mondo non esistesse piú: cosa che non si può dire delle altre arti.' (Il mondo come volontà e rappresentazione).
Per cui, oltre alla dimostrazione neurofisica del valore della musica, lasciamoci cullare dalle note che rendono la nostra anima serena perchè la musica e’ l’unica arte che va oltre la materia, l′unica che
può esistere anche senza il mondo. E’ molto profonda, perché’ non
esprime semplicemente un’idea, ma e’ l’essenza stessa del pensiero e
dell’esistenza.
"Vi è un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l'ignoranza".
Con queste parole, Socrate ben identificava la necessità dell'uomo in quanto tale di rendersi partecipe dell'esistenza attraverso un approccio cognitivo diretto, atto all'apprendimento del mondo e alla necessaria traduzione concreta di ciò mediante la processazione meticolosa di tutte le informazioni apprese.
Dalle informazioni sociali che veniamo bombardati ogni momento, dall'espressione non verbale del passante allo sguardo ambiguo dell'amico, siamo in grado di codificare una vasta gamma di significati attraverso le funzioni cognitive più disparate e complesse per fare in modo di acquisire una certa competenza sociale (trovare cioè il giusto posto nel mondo) favorendo così una giusta attribuzione mentale a tale informazione: ovverosia, come questa notizia può interfacciarsi con la mia esistenza e come con quella del mio vicino. Questa intricata attività di associazione informazione-significato, nota come social cognition, è in realtà uno step fondamentale per poter ampliare e meglio disporre di una buona empatia. Con tale termine, definiamo la capacità di porsi in maniera immediata nello stato d'animo o
nella situazione di un'altra persona, con nessuna o scarsa
partecipazione emotiva. Esistono perciò due diverse categorie di empatia: calda o emotiva e cognitiva. La prima definizione, sviluppata mediante processi di selezione naturale, si esplica in un contesto sociale con la partecipazione convinta al vissuto dell'altro mentre quella cognitiva si traduce nella capacità di poter predirre i comportamenti altrui, che assume così un alto livello di complessità sociale.
Non solo Socrate ci aiuta a contestualizzare tale considerazione neuroscientifica, anche il filosofo greco Aristotele (IV secolo A.C.) nella sua Politica scrisse: ''L’uomo è un animale sociale in quanto tende ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società''. Una dimostrazione concreta di come l'essere vivente della specie umana esista per creare contatti con i suoi simili; tale bisogno tuttavia, non nasce come esigenza psicofisiologica alla comunione con l'altro quanto piuttosto a causa della struttura anatomofisiologica del nostro cervello cablato proprio per i rapporti interumani.
Con la
metafora di 'cervello sociale' suggerisco che l'evoluzione, attraverso la
selezione naturale, ha scelto per la capacità di riconoscimento, di
elaborazione e di calcolo degli stimoli sociali, per massimizzare la
possibilità di sopravvivenza e riproduttiva di un individuo. Infatti studi hanno dimostrato che il rapporto tra peso del cervello e peso corporeo sia in realtà sproporzionato di circa tre volte rispetto alle altre specie viventi, quasi a voler dimostrare empiricamente che la costituzione del nostro cervello sia atta all'istituzione di interazioni sociali.
Taglio sagittale che permette di visualizzare tutte le componenti del sistema limbico interessate nell'empatia.
Cerchiamo ora di analizzare quali sono le componenti cerebrali che interagiscono per favorire il nostro approccio sociale all'esistenza. Anatomicamente, la cognizione sociale coinvolge una rete neurale che
connette la corteccia prefrontale con le aree temporo-parietali e il
sistema limbico, in particolare l'insula anteriore e il cingolato anteriore. Tali aree si attivano in diverse e specifiche circostanze: l'insula e la corteccia frontale orbitale quando viene richiesto di trovare la soluzione a problemi sociali mentre il cingolo con l'insulka si attivano per favorire anche l'empatia del dolore.
Queste aree non sono poi isolate ma forniscono importanti collegamenti soprattutto con le aree del linguaggio e del riconoscimento delle espressioni facciali: tenete a memoria tale legame che risulterà essere di grande portata quando parleremo dei disturbi neuropsicologici di questo ambito. Non solo, il legame con la corteccia prefrontale si traduce mediante un collegamento con una particolare categoria di neuroni, i cosidetti neuroni-specchio (nel dettaglio nelle prossime puntate) che agiscono come base funzionale dell'attività cognitiva sociale con l'anticipazione del comportamento effettuato anche se l'obiettivo del movimento è ambiguo o nascosto: in poche parole è come se queste cellule ci permettessero di metterci nei panni del nostro interlocutore attraverso una quasi completa imitazione della sua attività motoria-sociale mediante cui poter apprendere, comprendere e prevedere le azioni dei compagni.
Esempio chiaro di come anche un infante manifesti un buon sistema neuroni specchio prefrontale attuato, in questo caso ad apprendere per imitazione (tipico infatti dei primi anni di vita). Nell'età infantile, è inoltre da sottolineare anche l'importante se non fondamentale approccio della figura genitoriale: più questi riescono a rispecchiare lo stato emotivo del bimbo, maggiore è la loro capacità di acquisire capacità cognitive ed emotive: il cervello sociale necessita quindi dei corretti input familiari e ambientali per svilupparsi correttamente.
Pur essendo condizone comune all'uomo la capacità di instaurare relazioni sociali più o meno stabili, non dobbiamo considerare tale assunto come assioma indiscutibile: il collasso
delle abilità cognitive sociali è infatti centrale a condizioni psicopatologiche
come l'autismo e la schizofrenia.
In termini generali, la schizofrenia viene considerata come malattia psichiatrica caratterizzata da sintomi psicotici e dalla persistenza di sintomi di alterazione del pensiero, del comportamento e dell'affettività, da un decorso superiore ai sei mesi con forte disadattamento della persona ovvero implicante una gravità tale da limitare le normali attività di vita della persona. In particolar modo tale disturbo esplica delle evidenti difficoltà a intessere relazioni sociali a causa delle allucinzazioni persecutorie che schermano tutto ciò che entra in contatto col soggetto.
Ricordate che prima accennavo dell'importante legame sistema limbico-aree per la codifica linguaggio ed espressioni facciali? Ecco, è proprio in quest'ambito che questo assume una valenza in più: nel paziente con schizofrenia paranoide o anche disturbo borderline della personalità (un aspetto estremo di autismo), a causa della degenerazione di questo contatto oltre ad altri legami neuronali interni, qualsiasi espressione come una subdola manifestazione di astio.
Come la stragrande maggioranza delle patologie neurologiche, non esiste cura; tuttavia un opzione di terapia sintomatica a base di ossitocina sembra essere papabile. Infatti, una cognizione sociale più
complessa richiede capacità di prendere decisioni sociali in situazioni
che richiedono fiducia, cooperazione e reciprocità, gran parte delle
quali sembra essere sotto il controllo dell'ossitocina. I
moderni approcci terapeutici ai disordini psichiatrici utilizzano
esplicitamente la crescente conoscenza di come le menti sociali
interagiscano e di come queste potrebbero essere finemente regolati da tale peptide.
L'ambito nel quale spaziano tale ricerche è davvero molto ampio, è tuttavia necessario capire che la reale configurazione del nostro approccio all'esistenza sia davvero modulata non solo sulle precostituite formazioni genetiche quanto piuttosto dal pattern associativo di legame con l'ambiente naturale e la famiglia, primo focolare di crescita personale.